Non ci sono più quei bei Natali di una volta… (Perciò anche i racconti si adeguano. Come questo: scritto nel 2010, e già andato in onda su questo schermo in prossimità del Natale)

I TRE GIORNI DEL RONDONE

 

Scrivere in terza persona
deresponsabilizza un po’.
Se il lettore non è d’accordo
non spara subito sull’autore
ma sul protagonista.

Bello. Mi è proprio piaciuto! Ciao, alla prossima!
Fregata Magnifica

Grazie. Grazie. Ciao!
Rondone

Giunto al commiato, mise il computer in standby, si stiracchiò allungando le già lunghe braccia e, dopo aver sbadigliato come un babbuino davanti alla tivù, infilò la porta del bagno.  Stette in piedi a fissare la tazza per almeno cinque minuti. Il getto non voleva proprio saperne di fermarsi. Teso e irruento come un torrente alpino allo sciogliersi delle nevi.  Sembrava la favola – mi pare delle Mille e Una Notte – dove i cavalli che si stanno abbeverando alla fontana della giovinezza, più bevono e più da dietro esce acqua a getto continuo, perché qualcuno li ha tagliati in due di netto. Un flusso costante, inarrestabile, senza fine. Solo che lui non stava bevendo. Ed era intero. Distrutto da tutto quel tempo davanti al picì, le reni piegate in due dopo ore e ore incollato sulla sedia, ma tutto d’un pezzo. Fortunatamente. Erano le quattro di mattina, troppo tardi per andare a dormire, troppo presto per alzarsi dal letto. Il suo lavoro era così: non c’era orario. La notte e il giorno per lui erano la stessa cosa. Un tutt’uno in cui, quando capitava, si prendeva una pausa per ricaricare le batterie. Diavolo d’un lavoro! Cominciava a rimpiangere di non aver seguito i consigli di suo padre.  Forse avrebbe dovuto accettare quell’impiego alle poste. Alla fine, la stanchezza ebbe il sopravvento. E mentre lui dormiva della grossa, sbuffando, russando, e facendo vibrare le labbra come il fischietto del  bollitore, la Rete era sveglia, vigile.  Una tentacolare metropoli globale che non dorme mai. Come un un cervello umano che, anche in fase REM, conserva attive tante di quelle funzioni che nemmeno v’immaginate. O se volete, più liricamente, un uccello che dorme in volo. Come il rondone. Il mattino seguente fece mezz’ora di tapis-roulant: come andare da Streatham Hill a Clapham Common e ritorno in autobus. Poi, una salutare doccia  scozzese e finalmente  un’abbondante colazione a base di  eggs & bacon, annaffiata con un bel frullato di ogni ben di dio. Tutto salutare frutta e verdura, con una spruzzatina di salsa Worcestershire. Ohibò! Quindi si rimise alla sua postazione. E cominciò a scrivere. Si trattava di un racconto per bambini : Il Drago che si Credeva una Farfalla.

Francis Bloom era un agente della CIA di stanza a Londra. In incognito naturalmente.  Anzi: illegittimo. Meglio: bastardo, come si usava dire nell’ambiente. Lo avreste mai immaginato? Non provate a dire di sì perché vi si allungherebbe il naso. Illegittimo? Bastardo? Che significa? vi chiederete. Semplice: era una definizione che la CIA utilizzava per gli agenti che non avevano copertura, che non risultavano a libro paga. Almeno ufficialmente. Così, ci fosse stata una talpa a Washington, di lui non si sarebbe trovata traccia negli archivi, e non avrebbe corso il rischio di essere bruciato da uno “spiffero”. Come si diceva in gergo. Ufficialmente Francis Bloom faceva l’agente di commercio: penne stilografiche, inchiostri speciali, carte da lettere pregiate. Tutti prodotti esclusivi. Di “fascia alta”- diceva abitualmente, con tono affettato e assumendo un’espressione  da schiaffi, ad ogni nuovo cliente. Un lavoro che oltre a garantirgli la copertura gli permetteva di gestire il tempo come voleva. E di godere di un secondo stipendio. Cosa non trascurabile, visto che aveva come suol dirsi: le mani bucate.  Era infatti un assiduo frequentatore di quei luoghi di perdizione che si chiamano ippodromi: poche gioie e tanti dolori. Ma torniamo all’attività secretata di Mr. Bloom, agente della CIA,  nome in codice: Rondone. Aveva scelto quello, fra i mille fra cui avrebbe potuto sfogare la sua creatività,  perché i nomi di animali – specie di uccelli – rientravano nella tradizione letteraria-cinematografica delle spie.  Secondo: perché, visto che Internet era il medium principale e più rapido per veicolare  i messaggi segreti,  il rondone fra tutti  gli uccelli gli corrispondeva alla perfezione: era insomma il suo animal correlative. L’uccello più rapido nel volo lineare: 160 chilometri all’ora.
– Quante sciocchezze! – direte voi: – Questi hanno pure tempo di cazzeggiare! Ingrati che non siete altro! Ci vorrebbe più rispetto per individui la cui vita  ogni giorno  è appesa a un filo. E che fanno quello che fanno per puro spirito di servizio. Non certo per denaro. Almeno non tanto da ripagarli dei rischi che corrono. A parte queste considerazioni soggettive, cercherò adesso, se mi riuscirà, di spiegarvi in cosa consisteva l’attività di Mr. Bloom, alias Rondone.

Tranne quando era in giro per il paese a piazzare le sue “Rolls Royce” per scrivere, il resto del tempo lo passava alla scrivania, incollato al computer, a inventarsi racconti che pubblicava su di un sito per scrittori dilettanti o aspiranti tali: www. writereditor. com. Alternava racconti per bambini ad altri  di puro contenuto fantasy. Scriveva sempre in terza persona ed era anche dotato di un certo talento. Senza dubbio ci metteva passione. Nel testo stava il trucco. Attraverso una serie di artifici nella stesura di un racconto viaggiava il messaggio segreto. Chi avrebbe mai potuto immaginarlo? Chi sarebbe riuscito a scoprirlo? Semplice, efficace, veloce. E soprattutto quel che più conta oggi: globale. Elementi del codice: punteggiatura, maiuscole, minuscole, stampatello e corsivo. E dulcis: frasi sincopate.  In un sapiente e ingegnoso gioco di omissioni, abusi, eccessi, errori, refusi… Niente che riguardasse il contenuto, ovviamente.  Solo la forma. Bloom funzionava  da ricevente ma anche da trasmittente. Spesso scriveva, ma altrettanto spesso riceveva racconti da cui estrapolava e decrittava i messaggi. Una volta ricevuto e ricomposto il testo segreto lo faceva arrivare a destinazione person-to-person, secondo uno schema lineare: un agente decodificatore🦅 un destinatario. In questo modo, se per disgrazia fosse stato scoperto, sarebbe stato bruciato solo lui e probabilmente – ma non necessariamente – la persona a cui era destinato il messaggio. La rete era formata da tanti decodificatori quanti erano i destinatari.

Torniamo a bomba: come veniva comunicato il contenuto? Qui viene il bello. Bloom trasferiva su un dischetto il racconto scaricato, scriveva il titolo sul cartiglio del contenitore e, sotto, con quello che viene volgarmente definito inchiostro simpatico, ma di un tipo speciale, molto ma molto simpatico – quasi esilarante – scriveva il testo del messaggio decrittato. Fosse andato perduto o rubato il supporto, chi lo avesse trovato, chi se ne fosse impossessato, avrebbe letto un racconto. Punto. Perché non lasciare decodificare il messaggio direttamente al destinatario? Perché, per sicurezza, la mano destra non doveva sapere cosa faceva la sinistra. Tutto qui. La prudenza non è mai troppa!  E “La classe non è acqua, ma inchiostro Primacy “ recitava il famoso slogan di uno dei suoi prodotti. Che lui ripeteva con ironia ogni due per tre se doveva definire qualcosa di outstanding. Un’eccellenza! E il sistema escogitato era un’eccellenza, nulla da dire! Davvero first-class. Coi fiocchi. Super! Forse non raffinatissimo. Per certi versi un po’ artigianale. Ma efficace. La macchina Enigma degli anni 2000. A prova di bomba. O quasi. Per quanto riguardava il messaggio da codificare e trasmettere, questo era formulato da fonti emittenti e consegnato con lo stesso meccanismo ma diverso supporto:  DVD stavolta. Il DVD di un film.
Il tutto può sembrare complesso a prima vista. Ma solo ai sempliciotti. Riassumendo: consideriamo D1  le fonti  e  D2  i destinatari finali dei messaggi.   Poi  i narratori codificatori che chiameremo D3  e altrettanti riceventi decodificatori che chiameremo D4.  A loro volta D3 e D4 potevano invertire i loro ruoli. Vi si stanno ingarbugliando le sinapsi? Sedetevi e riempitevi una bella tazza di tè verde, pensate intensamente ad una spiaggia delle Maldive insieme a una bella ragazza o ragazzo – a seconda del sesso o dei gusti- che vi accarezza l’ombelico, e tutto vi sembrerà non chiaro. Chiarissimo. Quasi lapallissiano. Salvo che, siccome a questo mondo di assolutamente perfetto non c’è nulla, un bel giorno accadde quello che presto o tardi sarebbe dovuto accadere. Vi lascio ancora un attimo sulle spine. Il tempo di terminare la premessa.

La produzione narrativa di Bloom era notevole. Non solo scriveva e pubblicava testi canaglia, come lui stesso definiva i contenitori dei messaggi cifrati, ma anche racconti  del tutto privi di contenuti segreti. Come un qualsiasi scrittore della domenica, poeta per passione, aspirante letterato, pensionato grafomane, romanziere a tempo perso che fosse registrato su Writereditor. E aveva anche un certo successo. I suoi scritti contavano un buon numero di lettori fissi e molti se ne aggiungevano ogni giorno. Tanto da solleticare e alimentare la sua vanità. Quando vedeva un suo titolo assestarsi su numeri bassi e infine piantarsi  soffriva come un liceale che vede rifiutarsi un articolo dalla redazione del giornalino della scuola. E pensava: forse dovrei dirlo alle centinaia di amici che ho: sai che figura col loro voto! O magari è solo giunto il momento che smetta, la vena si è esaurita. Poi si guardava allo specchio e diceva:  sei matto, vuoi che venga l’uomo in black e ti faccia ritornare in te con una di quelle sollecitazioni a cui non puoi dire di no? Allora rideva e tornava al suo posto gridando: America, volo da te! Era la sua frase preferita per darsi la carica.  A volte solo un semplice intercalare. Al posto del più parochial: Baciami il  culo! Bloom non era proprio il prototipo dell’agente segreto, lo stereotipato psico e feno tipo cui Hollywood ci aveva abituati. Era sensibile: come avrebbe fatto se no a scrivere certe storie? Perché lui, a differenza di quasi tutti i colleghi, i racconti non se li faceva scrivere: erano tutti farina del suo sacco. Uscivano dalla sua cabeza. Quel grande cabezon ciondolante che si portava sulle spalle. E dal suo cuore. Troppo sensibile per un secret agent da spy story. Inoltre, era dotato di ironia. E soprattutto, pur se svolgeva il suo lavoro con scrupolo, era capace di un  distacco, di una obiettività, e un’ autocritica superiori alla media.

Erano i tempi in cui di tanto in tanto i media rispolveravano il progetto Peace Stream. Si trattava, per chi non lo sapesse, di quel gasdotto che partendo dall’Afghanistan doveva infilarsi in Turchia. Concorrente diretto degli altri due progetti: Nabucco e South Stream , che annoveravano tra i loro sponsor: gli Stati Uniti e parecchi paesi europei, il primo;  Russia e paesi dell’ Unione – Italia in testa – il secondo. Il primo partendo dalla Turchia sarebbe dovuto arrivare in Austria, per proseguire in Bulgaria, Romania, Ungheria e Germania. Il secondo doveva partire dal Mar Nero e poi biforcarsi : una via doveva correre dentro la penisola Balcanica per arrivare in Austria; l’altra, passando per la Grecia e il canale d’Otranto, sarebbe arrivata in Italia. Pochi però sapevano che gli USA tenevano il piede in due scarpe: supporter di South Stream, ma in realtà all’interno degli States molti gruppi economici facevano il tifo per Peace Stream, con ogni probabilità un oleodotto spacciato per gasdotto. In ambienti ben informati si diceva che sarebbe dovuto partire dall’Afghanistan, entrare in Iran e – una volta deposti gli Ayatollah – attraversare mezza Turchia e lì fermarsi: ad uso e consumo delle Sette Sorelle. Sì, sette. Come le spose.
D’altronde, come avrebbero potuto gli Stati Uniti non trovarsi coinvolti in qualcosa che usava la parola Peace? Peace è un po’ come Freedom e Democracy. Merce che abbonda negli USA e di cui c’è tanto bisogno nel mondo. Tanto che si esporta ovunque possibile, a quintalate. Con le buone o con le cattive. E, dato che su Internet, in particolar modo su Writereditor, correva di tutto, correvano anche informazioni segrete relative ai tre gasdotti.

Fuori nevicava. Quella mattina Bloom si era svegliato stranamente di cattivo umore. Aveva passato una notte agitata: continuava a girarsi nel letto. Forse colpa di quei deliziosi wan-tong divorati al ristorante cinese, in compagnia di quella ragazza che aveva conosciuto il giorno prima. Strano incontro. Anzi: bizzarro. Si trovava al supermercato, nel corridoio vini e liquori e lei, in compagnia di un’amica, lo aveva tamponato in un attimo di distrazione. Nessun danno al posteriore, solo un po’ di sorpresa. Il tutto era finito in un prolungato:  Mi scusi tanto, ma che sbadata, dove ho la testa… – una risata, un aperitivo, quattro  chiacchiere al pub di fronte. Poi, come si sa, da cosa nasce cosa. Erano finiti tutti e tre in una camera a ore. La cena a due era stata un “secondo tempo” romantico. Tutto l’inverso di quello che sarebbe successo una volta. Ma, com’è noto, il mondo da parecchi anni girava alla rovescia. Ma soprattutto molto in fretta. Così in fretta che era dura stargli dietro.
Dicevamo che, fuori, la neve cadeva abbondante da diverse ore. I tetti completamente imbiancati, i marciapiedi non percorribili se non con catene, scarponi chiodati o racchette. Le auto in sosta sembravano monotone a anodine sculture.  Le poche in movimento procedevano a rallenti.
Lo schermo del picì rifletteva i grossi fiocchi che scendevano danzando. Sembrava uno di quei giochi preistorici che giravano sulle prime consolle Atari. Molto grafici e di una lentezza d’antan. La stessa differenza che correva tra un dagherrotipo e Avatar III.
Lui stava lì in oca, ipnotizzato da quella pigra sequenza così ripetitiva. Poi, svegliato dal lamento straziante di un’autombulanza, si accorse che nel testo che stava leggendo prima di essere rapito dal lezioso scender della neve stava succedendo qualcosa. Non credendo ai suoi occhi, se li stropicciò ben bene e, spostato un po’ lo schermo, si concentrò su quello strano fenomeno. Le parole del testo, a cominciare dall’ultima, venivano cancellate una ad una. Lettera per lettera. Come se un invisibile, vorace Pac Man se le stesse ingoiando. Proprio così. Lo stupore cedette subito il passo alla paura. Qualcuno era entrato nel sistema. Doveva trattarsi di un virus. O qualche altra diavoleria. Ultimo ritrovato di una scienza e di una tecnica sconosciute. Almeno a lui. Di certo era stato scoperto. Fu percorso da un brivido che lo gelò. Restò immobile per alcuni secondi. Sembrava una stalagmite. Ripresosi dallo shock e recuperato il sangue caldo, stava cercando di mettere ordine nei suoi pensieri, che il telefono squillò. Alzò il ricevitore: silenzio di tomba! Riattaccò. Subito dopo il suo cellulare cominciò a vibrare. Il tremito si trasformò in suono. Lo afferrò. Il simbolo della busta si materializzò all’improvviso. Non era il  telefonino business, era quello segreto. Senza perdersi d’animo aprì il messaggio.  Sei fottuto!Diceva.  Bang! Mentre uno Smiley se la rideva a crepapelle.  C’era poco da decodificare, pensò. E soprattutto poco da stare allegri.
 Calma e sangue freddo!  disse. Avrebbe voluto aggiungere:  America, volo da te! Facile a dirsi ma come? E se un killer fosse stato ad aspettarlo là fuori, in strada? Due colpi in testa, un tonfo attutito da quella morbida coltre di neve, un rivolo di sangue, e addio Mr. Bloom. Chissà perché l’occhio gli cadde sul calendario: era il 22 di dicembre. Tre giorni a Natale. Gli venne un nodo alla gola. Avrebbe voluto finire l’anno in bellezza e campare almeno altri cinquant’anni. E poi tirare le cuoia senza soffrire. Un colpo e via: Ti saluto, America!
Chiuse il notebook, mise un po’ di cose in una borsa di pelle morbida, poi aprì lo sportello del contatore del gas e infilò  la mano tra il freddo metallo e il muro. Ne estrasse una pistola Walther PPK., quella di James Bond, per capirci. Mica ferraglia. La infilò nella tasca interna del suo montone, andò in cucina e si preparò un sandwich. Non sapeva se e quando avrebbe ancora potuto mettere qualcosa sotto i denti. Tornò in soggiorno e aspettò che facesse buio. Sarebbe stato più facile sgattaiolare via e seminare l’eventuale  killer. Si versò un goccio di Laphroaig e pensò a Fregata Magnifica, il suo corrispondente lettore e autore preferito. Che fine aveva mai fatto? Anche lui bruciato? Era ancora vivo? Era riuscito a scamparla?
Henry  Frazier, per la CIA: Fregata Magnifica, cosi autonominatosi perché l’ uccello più veloce in picchiata,  era stato suo compagno al College e poi alla Columbia. Lui si era laureato in Scienza della Comunicazione, mentre Bloom in Letteratura Comparata.

Guardò fuori dalla finestra: era buio. Solo le luci dei lampioni e i fanali di qualche auto che annaspava nella tormenta. Respirò profondamente. Si infilò il montone. Prese borsa e notebook e uscì sulle scale. Mentre pensava: e se il killer fosse nascosto dentro un’auto e mi riconoscesse anche al buio? In quel mentre vide, appoggiato alla finestra del pianerottolo, un Babbo Natale di un metro e ottanta: sapete uno di quelli che ogni anno, sotto le feste, fanno la loro discreta comparsa aggrappati alla grondaia, penzolanti da una finestra, o pronti a tuffarsi giù per  un camino. Prodotto di una società che superata la fase dell’opulenza era entrata ormai da tempo in quella dell’obesità. Prova ne era  il fatto che i Babbi Natale, anni addietro in scala 1:4, adesso erano a grandezza naturale: 1:1. Che sviluppo! Altro che omogeneizzati e fettine di vitello. Anabolizzanti a tutto spiano più pillole della crescita. Non ci pensò su due volte, afferrò il malcapitato Babbo, lo spogliò e ne indossò l’abito, lasciandolo nudo come un Big Jim qualsiasi. Chi lo avesse colto in quel momento avrebbe dubitato dei suoi gusti sessuali. Pazienza! La salvezza valeva il biasimo. Con quegli abiti addosso nessuno lo avrebbe riconosciuto. Non provò nessuna vergogna. C’era in ballo la pelle. Prima di scendere lasciò sull’assito cinquanta sterline. Sarebbero bastate per rivestire la salma. In caso contrario, ci avrebbe pensato la Befana a saldare il debito. Uscì in strada senza esitare. Con calma, ma deciso, si incamminò per il viale come  andasse al lavoro. Sulle spalle aveva il classico sacco con borsa e computer. E passo dopo passo pensava: sono ancora vivo… sono ancora vivo… sono ancora vi…  Si ritrovò, svoltato l’angolo, alla fermata del bus. Che fortuna: era lì. Sembrava stesse aspettando proprio lui. Era quasi Natale, i miracoli erano nell’aria. Salì, fece il biglietto, e andò a sedersi in alto, al secondo piano. Un moccioso cercò di frugare dentro il suo sacco. Fosse stato vuoto glielo avrebbe infilato in testa. Il viaggio non riservò altre sorprese. Scese a Soho. Si guardò attorno. La gente aveva il solito sorriso natalizio, un po’ ebete, stampato sulla faccia. Un bambino lo tirò per la giacca e gli disse: perché non suoni la campana? Dai, su… dlen, dlen, dlen …cosa aspetti?!!! Lo fulminò con lo sguardo, mentre pensava: noi da piccoli ci facevamo i cazzi nostri… se no c’era il rischio di beccarsi un manrovescio. Com’è cambiato il mondo!
Adesso se ne stava lì, piantato nella neve. Avesse esitato ancora un po’  sarebbe diventato un pupazzo. Niente di male. Non fosse stato per il rischio di diventare facile bersaglio delle palle di neve che ogni tanto sibilavano come pallottole vaganti. Improvvisamente si ricordò della ragazza di quella sera al ristorante cinese. Aveva il suo numero. La chiamò.

Il ciocco scoppiettava. Sembravano piccoli colpi di pistola-giocattolo. Bloom era davanti al camino. La ragazza, in cucina, stava preparando di certo qualche manicaretto. Il profumino che arrivava gli stava solleticando il naso. Lo seguiva mentre ondeggiava come un cartone animato. Non c’era stato bisogno di tante spiegazioni. Bloom aveva argomenti solidi. Avrebbe potuto rimanere da lei quanto avesse voluto.
Fu una notte movimentata. Non una guerra di posizione, ma una e vera e propria guerriglia urbana. Spostamenti inaspettati. Fantasiosi. Spesso, quando la paura fa novanta, il sesso o fa zero o duecento. Quella notte fu infranto ogni record.

La mattina seguente, 23 dicembre, Bloom rimase solo in casa. Accese il computer: non il suo, quello della ragazza, ed entrò in WriterEditor. Il cuore prese a battergli forte. Si accorse con orrore che il misterioso, insaziabile Pac Man non solo si era pappato i suoi racconti, ma almeno un terzo di tutte le pubblicazioni del sito. Che strage di innocenti! Quel virus si sarebbe in poco tempo mangiato tutto: racconti, poesie, articoli, saggi… dava l’impressione che quello fosse solo l’antipasto. Di quel passo, alla fine, si sarebbe ingoiato pure il computer. Pensò: che fine farà WriterEditor? Che fine faranno: AbsoluteBeginners, AuthorsTribe, PoemsTalesNovels, NetWriter, PaperThoughts, CrazyEditor, WritingLovers, e tanti altri? Che fine faranno le migliaia di persone  registrate in quei siti? Panico. Smarrimento. Chissà quante nevrosi. Chissà quanti finiranno fra le sgrinfie di editori senza scrupoli. Addio libertà! Era così bello: tu scrivevi, pubblicavi, la gente ti leggeva, se lo meritavi. Se no, c’erano sempre i parenti comprensivi e gli amici pietosi. E gli amici degli amici. E gli amici degli amici degli amici che pensavano a compensare gli scarsi numeri e consolarti. Questa era vera democrazia, bellezza! La democrazia della Rete. L’autogestione di massa. Bastava solo aver voglia di mettersi in gioco, non essere permalosi, rispettare le minime regole dell’educazione, la netiquette, scrivere decentemente, e potevi avere il tuo posto nella Hall of Fame del Web. E quel che più conta da vivo. Altro che un angusto, freddo loculo in Santa Croce, nella meravigliosa città del giglio. O a Westminster Abbey, nell’umido Poet’s Corner, a due passi dalle nebbiose sponde del Tamigi.  Nella Rete, al calduccio delle mura domestiche, potevi conquistarti per pochi scellini una nicchia nella Storia della Letteratura del futuro. Nella Storia  G l o b a l e.

Mentre questi pensieri gli turbinavano nella testa e si mischiavano a quelli ben più urgenti sulla sua sorte, Bloom uscì da Writereditor.  Digitò un indirizzo strano: http://www.drugkillsyou.com. Navigò un po’ all’ interno del sito poi, arrivato  a Confession of an Opium Eater, decodificò il messaggio al suo interno. Il  contenuto suonava pressappoco così: Un’ala deviata sta agendo al nostro interno. Sostenuti da elementi di spicco del Partito Repubblicano al soldo di gruppi economici senza scrupoli, squadre di guastatori, al fine di assicurare protezione militare al Progetto Peace Stream, stanno mettendo in atto una serie di azioni di disturbo, che si inquadrano in una più ampia strategia tesa a sabotare il ritiro delle truppe dall’Afghanistan, e favorirne la  permanenza ben oltre il 2014. Attenzione! La rete Birdsfriends sta per essere sabotata. Dieci agenti sono già stati eliminati. Uccisi brutalmente. Nessuna protezione può essere fornita a chi opera all’estero. Chi può si metta in letargo. In attesa che bonifichiamo l’ambiente, ricomponiamo le fila, e  denunciamo i mandanti, alcuni dei quali  pare siedano al Congresso. Che tragedia! E adesso? Era  solo. Isolato. D’altronde : chi fa da sé…
Bisognava far perdere ogni traccia. Stette più di un’ora a pensare e ripensare. Poi decise che per il momento doveva starsene lì, immobile, ospite della sua generosa amica. La notte avrebbe portato consiglio. E un altro po’ di quel movimiento che gli faceva scordare i rischi del mestiere.

L’indomani mattina Gerty, Gerty Mc Callan, così si chiamava la ragazza, uscì come al solito di buon’ora. Lavorava in uno studio di avvocati nella City.  Faceva la traduttrice. Bloom, dopo un’abbondante colazione, si mise al computer, digitò www. writereditor. com. Niente da fare. Non c’era più accesso. Il sito era sparito. Divorato, digerito, metabolizzato, e con ogni probabilità scaricato nel water. Aprì il ripostiglio. Cercava della carta per stampante. Scartabellò di qui e di là. Fu attirato da un filo che correva lungo la parete. Sembrava… era un’ antenna! Percorrendola verso il basso scoprì che terminava in una radioricevente Sequerra. Bell’oggetto! Di ultima generazione! Che ci faceva lì?
La ragazza non doveva essere del tutto estranea ai fatti. Quell’incidente al supermercato non era stato casuale. Pensò: certe volte sarebbe meglio tagliarselo! Quanti agenti ci avevano lasciato le penne per troppa esuberanza. Fece fagotto e, in quattro e quattr’otto, lasciò l’appartamento con il suo abito da Babbo Natale addosso. Per fortuna c’è Santa Claus, pensò. Dio lo benedica! Chi lo ha inventato è un genio! Chissà, forse la viziosa e scatenata Mata Hari si era dimenticata di spifferare quel dettaglio. Doveva rischiare. Nessuno gli sparò. Giunto  nei pressi di St James’s Park fu attirato da un cartello che diceva: “A tutti i Babbi Natale: venite al Black Friars Oratory, troverete un pasto caldo ed un letto pulito ad accogliervi.” Ogni anno, prima di Natale, centinaia di poveri cristi nullafacenti e molto al di sotto della soglia di povertà, affluivano a Londra da ogni dove per fare i Babbi Natale, arruolati per poche sterline dalle varie parrocchie. Per la gioia di migliaia di bambini. E perché no?  Anche di tanti grandini.

Arrivò Natale. Trascorse tutta la giornata al freddo, scampanellando ed elargendo sorrisi e doni a dritta  e  a  manca.  Barba e baffoni finti si congelarono quasi subito. Sembravano stoccafisso! Si gelò anche ogni paura. La sera ritornò all’oratorio: trovò ad aspettarlo un buon pasto caldo e una cuccia in cui riposare le stanche e intirizzite membra. Era ancora vivo. Magari si sarebbero dimenticati di lui. Era un pesce piccolo. Anzi: un uccello insignificante ormai. E se invece avessero voluto eliminarlo per ridurlo al silenzio eterno? Si sentiva bene nei panni di Babbo Natale.  Cominciava ad abituarsi. Accarezzò il pensiero di raggiungere Rovaniemi e poi la frazione di Korvatunturi, nella Lapponia settentrionale. Terra popolata da fate, gnomi, folletti, elfi e renne. Tra muschi, licheni, e radi boschi di betulle. Dove si diceva ci fosse la casa di Santa Claus. Là avrebbe trovato un riparo sicuro. E un’ occupazione fissa. Avrebbe anche potuto continuare a scrivere tanti racconti fantastici per la gioia di grandi e piccini. Dopo una notte in cui dormì il sonno dei giusti, il mattino dopo, di buon’ora, si recò da Cook e acquistò un biglietto aereo sola andata. Partenza la sera alle 20.30: destinazione  Finlandia. Forse avrebbe avuto fortuna: affittata una slitta con dieci generosi huskies… si sarebbe inoltrato nella tundra lappone! Trovare quel paesino sperduto – fosse davvero esistito – non sarebbe stato poi così difficile: forse bastava seguire l’istinto. Mai dire mai. La neve continuava a scendere. I miracoli erano nell’aria. I rondoni migrati da un pezzo. Lui si sarebbe involato a minuti. Nella speranza di una nuova, più tranquilla vita. Lontano dalle miserie del mondo.
Korvatunturi, volo da te!

Un social è il posto ideale per scambiare messaggi in codice senza dare nell’occhio. Anche se non siete agenti segreti. A confronto, I TRE GIORNI DEL CONDOR sembra  roba da dilettanti.  Preistoria.

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