Non c’è benessere senza spine.

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Questa è la sequenza più famosa del film Una vita difficile.  Bene, adesso cerchiamo di immaginare la stessa scenetta ai giorni nostri.

Due trentenni, appartenenti a quella che potremmo chiamare oggi  wellfare class, sono invitati per motivi scaramantici alla tavola di una di quelle famiglie di sopravvissuti, che una volta venivano definiti “veri signori” per distinguerli dagli arricchiti.  A un certo punto la voce dello speaker della tivù annuncia:

Vi comunichiamo i risultati del referendum repubblica  fascismo. Repubblica …ventimilioni…   Fascismo …ventitremilioni…   Da oggi, l’Italia è fascista!

Mentre i padroni di casa  a malapena nascondono la loro delusione e tristezza, i due giovani ospiti si guardano compiaciuti e si danno il cinque: e…vaiii!

Cosa può aver cambiato così radicalmente  Silvio e Elena, tanto da farli diventare fan del totalitarismo? I Silvio e Elena dell’immediato dopoguerra erano figli dello spirito del tempo. Uno spirito curioso,  idealista,  entusiasta, democratico e progressista, anche se attraversato da profondi dubbi e incertezze. Pertanto non potevano che parteggiare per la repubblica. Ma da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il continuo, progressivo benessere ha reso  i Silvio e Elena dei nostri giorni simili nell’aspetto, ma completamente diversi dentro.   L’ambiente ha avuto di gran lunga la meglio sulla trasmissione dei caratteri ereditari  etico-culturali da una generazione all’altra. A tal punto che oggi si  parla di mutazione antropologica probabilmente irreversibile.  Silvio e Elena non sanno più cosa voglia dire lottare per i propri diritti, lo considerano un fatto acquisito. Naturale. Né sanno cosa voglia dire solidarietà. Non hanno ideali. Né curiosità. Né memoria storica dei perché. Soprattutto non sono spinti dallo stato di necessità.  Desiderano solo conservare il loro train de vie. I loro privilegi. Se un sistema totalitario promette di garantir loro,  meglio della democrazia, la stabilità dello stile di vita che amano,  allora: benvenuto fascismo!

Morale della favola: il benessere prolungato, se non va di pari passo con uno sviluppo armonico dell’individuo ( che dovrebbe approfittare delle infinite opportunità  che gli vengono offerte di una crescita che non sia solo materiale), col tempo finisce per provocare una frattura  nelle credenze, nei valori morali, nei modi di vivere e  di rapportarsi con gli altri. D’altronde, se noi figli del dopoguerra non siamo stati capaci di proteggere e conservare  la maggior parte di ciò che c’era di positivo a questo mondo, non possiamo mica pretendere che le generazioni che verranno continuino a vederlo con gli stessi occhi.  Lo stesso cervello. E, soprattutto, lo stesso cuore. Ma poi chi ha detto che questo sia un male? Forse la nostra è solo una nostalgia novecentesca. Magari è arrivato il tempo  di mollare il colpo.

 

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Wikibiografia non autorizzata di Berlusconi Silvio.

Ripubblico questa wikibiografia non autorizzata del cav. (scritta nel  2012), perché non vorrei che, vista la recente riabilitazione, qualcuno fosse indotto a pensare che si tratti di persona degna di fiducia.

Nasce a Milano, il 25 settembre del 1936. Voci non ancora confermate, sommate a numerosi indizi assai circostanziati, darebbero sempre più consistenza ad una storia così strabiliante da far impallidire anche la penna di Alessandro Dumas. Tenetevi forte: quella buonanima di mamma Rosa, per gli amici Rosella, avrebbe scodellato non uno, bensì due Silvio. Due pargoletti identici. Due gemelli. Pare infatti che alcune ore dopo che il primo esordisce con una lunga teoria di “mi consenta”, fa avance da camionista a tre infermiere, cazzia due chirurghi, racconta l’ultima sui carabinieri a mezzo ospedale, ammolla una goliardica pinghella sulle palle all’anestesista (tanto per tenerlo sveglio); il secondo – al grido di “ta… taaaaa… ecco a voi il sequel!” – sia schizzato fuori, tutto intrippato, e con tipica chiusa alla Fred Astaire, abbia lasciato la audience interdetta. Naturalmente, se la cosa venisse confermata, il Fenomeno di Arcore ne uscirebbe assai ridimensionato. Una sorta di Cavaliere dimezzato, insomma. Non certo più quell’unicum da annoverare fra le più aberranti patologie della psiche umana, ma semmai, con buona pace di tutto il Paese, un bino che si fa uno, come vedremo, all’insaputa della gente. Caso eclatante ma piuttosto banale, da ascrivere tutt’al più alla tradizione mitologico-letteraria del doppio. 

Alla luce di questa rivelazione, pare che i due frugoletti che Rosella avrebbe deciso di chiamare Silvio per non fare torto a nessuno, all’aspetto siano assolutamente identici. Due gocce d’acqua. Solo il carattere, fin dai primi passi, rivela, nel più giovane, un’anomalia: ogni tratto in lui viene esasperato. Ciò lo rende soggetto per niente facile: debordante, eccessivo, sempre fuori misura. Personalità basica che non mostra né profondità né spessore, ma indubbiamente possiede tinte così forti da non passare inosservato. Tutto spontaneismo senza discernimento alcuno. E zero freni inibitori. Tanto che la parola anticipa ogni pensiero e le sue uscite diventano via via più imbarazzanti. Talvolta perfino moleste per il prossimo e dannose per il gemello, essendo assai facile confonderlo. Anche perché pare che nessuno, tranne i pochi cui viene cucita la bocca, sia al corrente della sua esitenza. Più il tempo passa, più la cosa crea problemi, che a poco a poco vengono paraculescamente trasformati – come da manuale del perfetto pubblicitario – in altrettante opportunità dal primogenito, sul quale si appuntano ormai le speranze dell’intera famiglia. 

Sedotti da questa ipotesi gemellare, d’ora in poi indicheremo i due soggetti come Silvio 1 e Silvio 2. Anche perché, in ogni caso, variando il numero dei protagonisti il risultato non cambia. Lasceremo alla vostra perspicacia stabilire, di volta in volta, a chi attribuire le fantasmagoriche gesta. Diremo solo che Silvio 1 è l’egocentrica mente, l’istintivo stratega, il boccaccesco regista, il vanesio mattatore, l’arrogante filibustiere, il galante tombeur da pochade, il disinvolto imprenditore un po’ bauscia, un po’ villan rifatto. Silvio 2 è l’eterno zuzzurellone, il perenne infantilito, disturbato quanto basta, tanto bugiardo da ingannare anche se stesso, guitto e saltimbanco, un po’ Zelig un po’ Amici Miei, sommamente irresponsabile, totalmente inaffidabile, e soprattutto, all’occorrenza, tanto, tanto smemorato. Almeno quanto quello di Collegno. 

Silvio 1 frequenta le scuole dai salesiani; mentre Silvio 2, per non fargli ombra, è tenuto segregato in casa (esce una volta al dì con mascherina alla Joker) e affidato fino alla maggiore età alle cure di un tutore. Il famoso zio prete. Il primo, saltato a piè pari il servizio di leva, si laurea alla Cattolica in Giurisprudenza, con una tesi che fa ampiamente presagire il suo luminoso futuro : “Il contratto di pubblicità per inserzione” (cazzolina, che tesi! n. d. r.). Il secondo viene spedito oltr’Alpe e sotto le mentite spoglie di Rocco Mifreghi, fra una performance e l’altra, frequenta un corso di Ron Hubbard, che qualche giorno dopo avrà un esaurimento nervoso dal quale non si riprederà più; e uno di persuasione occulta, tenuto da Vance Packard, che da lì in poi vedrà vacillare ogni suo convincimento. Dopo una vita spericolata correndo da un eccesso all’altro – il cavallo (delle brache) sempre più imbizzarrito e nitrente – allo scoccare dei sessanta sente nostalgia di casa. Le sue rentrée in Italia si fanno via via più frequenti. Vere e proprie improvvisate. Il rischio che tutto venga scoperto aumenta. Anche perché, sempre più spesso, il nostro si diverte a prendere il posto del fratello a sua insaputa, mettendo in risalto il lato più “ganassa” della sua esuberante natura. Sarabandaaa!

Silvio 1, ormai sul punto di scendere in campo per salvare in un sol botto azienda e chiappe, non potendo sopprimerlo per quanto tentato, improvvisamente ha un colpo di genio: decide di servirsene come sosia, stuntman, meglio ancora “gaffeman”, ogni volta che bisogna distrarre l’opinione pubblica. Introdurre un diversivo che faccia rapidamente breccia nella mente di un popolo bue. Nasce così, da questo improvvisato sodalizio, un personaggio di fantasia – per molti supereroe di riferimento, per altri vero e proprio flagello di Dio – che tiene in scacco per oltre un ventennio un paese in massima parte di boccaloni. Attenti a noi due!

Fin dagli esordi, Silvio 1, che prefigura e pregusta già l’impero che verrà, comincia a mettere in cantiere una frotta di eredi a cui passare il testimone. E così fa due figli con la prima moglie: Marina e Pier Silvio e tre, Barbara, Eleonora e Luigi, con la seconda, l’attrice Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, che sposa – come si conviene a ogni uomo timorato di Dio, e con ben sette zie suore appese all’albero genealogico – dopo una lunga relazione extraconiugale. Ah, il gioco delle coppie!

Le prime esperienze lavorative sono all’insegna della precarietà. Prima come cantante e intrattenitore su nostrane “Love Boats”, poi come piazzista di scope elettriche. Superata la fase della cavallina ma prima ancora di diventar cavaliere, inizia l’attività di agente immobiliare. Nel 1961, un bel mattino gli scappa una pensata: e se ci dessimo all’edilizia?!!! Detto fatto! Un colpo alla ruota della fortuna e via! Esce di casa e si fionda ad acquistare un bel terreno in zona Bande Nere, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini, titolare della banca omonima (pare insignita di ben 3 lupare e 2 coppole dalla “Guida Riciclo Denaro”), nella quale lavora il padre. Nel giro di pochi anni nascono Milano Due e Milano Tre. Città-fortino ai margini della metropoli lombarda. Sei grande, fratello! Da dove arrivino tutti quei soldi, nessuno sembra occuparsene. Mistero!

Testa in continuo fermento, vero e proprio vulcano sempre attivo, un bel giorno, il fiuto gli dice di allargare il raggio d’affari al settore della comunicazione. E qui ha la genialata che lo farà passare alla Storia: mettere in piedi il più grosso network di televisioni private locali d’Italia. In modo che, in assenza di ripetitori che coprono il territorio nazionale, questa rete possa supplire per mettere in onda – in contemporanea in tutto il paese – la pubblicità. A confronto l’idea meravigliosa di Cesare Ragazzi è una solenne pirlata. Chapeau! E richapeau! Con ampia scappellata finale e riverenza a ritroso. Scherzi a parte!

Così nel ’78 rileva Telemilano (anche se avrebbe tanto preferito Telelecco, per il suo prosperoso palinsesto), una televisione via cavo che ribattezza Canale 5 e trasforma in rete televisiva nazionale. Sempre nel 1978 fonda Fininvest, holding che coordina tutte le varie attività. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi e due anni dopo Retequattro dal gruppo editoriale Arnoldo Mondadori. Bim bum bam: il pranzo è servito!

Nello stesso anno i pretori di Torino, Pescara e Roma oscurano le reti Fininvest per violazione della legge che proibisce alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Scherzo da prete! Lui se ne strabatte, tanto in questi anni ha pasturato così bene il partito socialista che l’azione giudiziaria viene stoppata in men che non si dica dall’amico Bettino, che con decreto legge “ad aziendam” legalizza la situazione. Il gruppo riesce perciò, seppur con strumenti non legali per la legislazione di quegli anni, a spezzare il monopolio televisivo RAI. Nel 1990 la Legge Mammì stabilizza la situazione, rendendo definitivamente legale la diffusione a livello nazionale di programmi radiotelevisivi privati. Anche se Mediaset continua ad operare con concessioni transitorie. È una vera corrida!

Negli anni a seguire il gruppo si diffonde in Europa: in Francia fonda La Cinq (chiusa nel’92); in Germania Tele Funth, in Spagna Telecinco. Durante il corso degli anni ottanta, le folgorazioni si susseguono a ritmo frenetico, la sua testa è una cornucopia che vomita idee a getto continuo: chiama le vecchie glorie della TV nazionale – ormai sull’autostrada del tramonto – gli fa due iniezioni di gerovital, tre elettroshock, un restauro qua e là: trapianto di peli, lifting, una sbiancata alla dentiera, un po’ di botulino, una passata di cerone, una bella sniffata e via… i nostrani “cocoon” scendono in pista. Tuttinfamigliaaa! 

Innova i palinsesti, inaugurando i TG durante il corso della giornata. Inventa format. Talk shaw. Quiz. E inonda le già fragili menti con una marea di soap opera, sequel, serial, e minchiate di tutte le razze. Così rafforza gli ascolti, il suo patrimonio, e mina sul nascere intere generazioni, titillando e valorizzando il peggio di un popolo. Inaugura piazze virtuali da dottor Dulcamara con irresistibili televendite. E ci sommerge di telepromozioni a go go. Non è certo la RAI! Non contento, dà la possibilità ai piccoli imprenditori, grossier di modi e di cervello, che fino ad allora erano costretti a sbavare davanti agli spot, non potendoseli permettere, di accedere al meraviglioso mondo dell’advertising, attraverso i famosi “contratti a rischio”: ti concedo spazio gratis fino a che non raggiungi il target di vendita. Da lì in poi mi paghi. Oppure il mitico “cambio merce”: io dare a te spot, tu dare a me cammello. L’animale viene poi riciclato, come i regali di Natale, e venduto attraverso i gruppi della grande distribuzione acquistati nel frattempo: Standa, Euromercato e Supermercati Brianzoli. Come effetto collaterale accumula riconoscenza e gratitudine a carrettate, che semina con amorosa e lungimirante cura. Presto germoglieranno e diventeranno, a tempo debito, credito da riscuotere. Consenso. Voti. Centinaia. Migliaia. Milioni di voti. Beautiful! Ma soprattutto: milagros!!!

Nel 1998 scorpora e vende il gruppo Standa. Dichiarerà poi di esser stato costretto a questo sacrificio dopo la sua discesa in politica, giurando sulla testa dei cinque figli che nei comuni gestiti da giunte comuniste non gli concedevano le necessarie autorizzazioni per aprire nuovi punti vendita. Verissimo! Bubbole! rispondono in coro i detrattori. Il tutto nasconde il tentativo di generare un po’ di cash per dare fiato a un gruppo che sta attraversando un periodo di vacche magre (senza allusione alcuna). In campo editoriale diventa il principale editore italiano nel settore libri e periodici; nel gennaio del ’90 acquisisce la maggioranza azionaria della Arnoldo Mondadori, fottendo De Benedetti (Lodo Mondadori) con una spregiudicata macchinazione da furbetto del quartiere. Del pacchetto fanno parte anche la Giulio Einaudi Editore, più una serie di prestigiose case minori. Nel 2011 la magistratura ribalta tutto e condanna Fininvest a risarcire 560 milioni di euro al tenace Carlo. Risatissima!

Nel campo della distribuzione audiovisiva, diventa socio di Blockbuster Italia, oggi defunta a livello mondiale. Controlla inoltre la Medusa Film e Endemol, una società per lo studio e la vendita di format televisivi. Fa, primo in Europa, una rapida sortita nella payTv con Telepiù agli inizi dei ’90 (ceduta a Sky nel 2002), fino a inaugurare, con l’avvento del digitale terrestre, Mediaset Premium. Il Gruppo Fininvest, con le partecipazioni nelle società Mediolanum di Ennio Doris – uomo dal fulvo toupé, soprannominato il Giotto della Brianza – e Programma Italia, ha una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita di prodotti finanziari. Chi vuol esser miliardario, si faccia avanti!Grande tifoso di calcio, acquista il Milan. Anche perché, se una banca significa sicurezza, una squadra di calcio vuol dire pubblicità. E poi, all’occorrenza, ti procaccia un sacco di voti. Anche se acquisti un fessacchiotto come Balotelli, tutto gambe e cervello in perenne offside. Sotto la sua gestione i diavoli rossoneri vincono di tutto e di più. Tre volte chapeau!, con doppia capriola retrograda, gesto del ciucciotto, e òla da vomito! 

Tralasciamo, per raggiunti limiti di sfrangimento, i conti chiusi e in sospeso con la giustizia. Tanto tutto il mondo sa che la magistratura, essendo comunista per definizione, è costantemente rosa da invidia galoppante. Ce l’ha su con lui a prescindere. Lui, così buono che non farebbe male a una mosca, e tanto generoso da aiutare tutti: ragazzi, militari, e donne (se poi gliela danno le ricopre d’oro dalla testa al girovita.). Quando però si tratta di affari non guarda in faccia nessuno: pensate a villa San Martino in quel di Arcore comprata per una miseria, grazie ai raggiri ai danni di un’orfana minorenne sotto la tutela legale di quell’Esse-Esse di Cesare Previti. Chi avesse almeno un lustro da buttar via per approfondire procedimenti, sospensioni, condanne, prescrizioni, annullamenti e chi più ne ha… può trovare ampia documentazione in rete. Scoprirebbe così che l’uomo ha il forum più grande del mondo.

2013, 2011, 2008, 2001, 1996, 1994… Quando c’era lui i treni arrivavano in orario…; Lei viene? Quante volte viene?; Angelino sì, Angelino no; mi candido, non mi candido, sì, forse, forse che sì’, forse che no; e i sondaggi?; la nipote di Mubarak; il cugino di Gheddafi: lo zio di mia nonna; il cazzo che ti si frega; abbasso l’ICI; a morte l’IMU; viva la FIGA; Milan uber alles!; cala la mutanda (Francesca), sale l’Auditel…; Brunetta si sposa; la culona inchiavabile; il falso in bilancio; tutta colpa dei media; Ponte sullo Stretto; Casa delle Libertà; casa di Montecarlo, i senzatetto dell’Aquila; i fratelli Marx che sagome, peccato quel cognome; i comunisti, capaci di tutto!; la Mafia non esiste, e semmai l’ha fatta fuori il Duce!; Mangano, macché stalliere, quello è un eroe; grandi opere, ignobili bugie, stellari promesse; Bunga Bunga; la Minetti è una personcina a modo: brava, laureata, e poi trilinguata…; ma anche la Barbara, quanto a lingua…; i club “Silvio ci manchi”; quinte colonne di qua, quinte colonne di là; Oobeemaaaa!; Cucùuuu, setteteee!; Romolo e Remolo; è una vile menzogna! non l’ho mai detto!; All Iberian…; Alitalia, ghé pensi mì!; satellite sì, satellite no; non avrete il mio scalpo… ovvio!; Emilio come Gagarin?; la Legge Gasparri; Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo, Brambilla… che simpatica la Santanché; i fratelli Cervi, li conosco, un giorno di questi voglio stringere la mano al padre; turisti della politica!; la proporrò come Kapò; smentisco fermamente!; l’Editto Bulgaro; Back in exUSSR; l’amico Bossi; l’amico Putin, l’amico Bush; Amici, la De Filippi e come ti fotto una generazione; Ferrara, Feltri, Sallusti, Bel Pietro: attaccanti. Centrocampo: Minzolini e Socci. Porro, Amicone, Signorini, Fede: difesa. Vespa in porta. Rossella in panchina. Farina: squalificato; la Bicamerale; il Contratto con gli italioti; l’insipienza delle opposizioni; il Porto delle Nebbie; Forza Italia; il predellino; via d’Amelio; la strage di Capaci; via dei Georgofili; la P2…

Tragicomico rewind che divarica e sparge sale a piene mani su ferite ancora aperte. Il percorso politico e civile del nostro dovrebbe essere ormai noto a tutti, se non altro per grandi linee e per gli effetti devastanti che ha avuto e continua ad avere, non tanto sullo spread, ma sulla nostra già malferma psiche. Però, se proprio non ve ne siete accorti: o avete il vostro tornaconto, o vivete come Alice… Nel primo caso, auguri! Nel secondo, disciules! Dopo una serie infinita di tiraemolla, e aver affondato le primarie della sua invincibile armata, non più di due settimane addietro annuncia di non volersi più ricandidare alla Presidenza del Consiglio. Poche giorni fa dava per certo che il PDL avrebbe vinto le elezioni. Pare, invece, che le abbia perse il PD. Il fido Angelino (può un adulto normodotato farsi chiamare come un cartone animato?) non diventerà più Premier (ahinoi!), e Lui dovrà rinunciare al Ministero dell’Economia (accidempoli, che sfiga!). Resta un posto da papa. Nel caso non dovesse bastare, potrebbe sempre indire un referendum popolare e farsi acclamare Re d’Italia & Colonie. Penali comprese. Dieci chapeau!, un pernacchio stereo, mani a stringere sul monte fumaiolo e le tombe etrusche, e triplo gesto dell’ombrello!

SILVIO E LA WELTANSHAUUNG ETEREA.

La filosofia dell’uomo, la sua visione del mondo, si può riassumere in tredici punti. E non ha certo bisogno della spiega di Emanuele Severino o l’analisi di Umberto Eco.

* Per convincere la gente la televisione non è tutto ma è indispensabile. Possiedi l’etere, e sarai a tre quarti dell’opera.

* Il pubblico è come un bambino di dieci anni. Pure un po’ ritardato.

* Più la bugia è grande più la gente ti crederà.

* Non importa se dentro sei una ciofeca. Ciò che conta è quel che mostri. Si ti mancano i capelli: trapianto! Se son grigi: tintura! Altrimenti, impiccati, chl’è mej!

* Spara pure cazzate. È la prima parola quella che si fissa nella mente. Qualsiasi smentita non riuscirà mai a cancellarla. Passaparola!

* Ogni donna ha il suo prezzo. E nessuna resiste al fascino del potere.

* Nessuno è insensibile al denaro, se il prezzo è giusto ti vendono anche la madre.

* I comunisti sono malvagi e godono nel vedere i ricchi piangere.

* Le imposte sono un furto legalizzato, evadere è legittima difesa.

* Circòndati di mezze seghe, leccaculo e mignotte, pagali bene, e vivrai tranquillo.

* Possedere una banca e una squadra di calcio non è tutto ma aiuta. Il sottoscritto.

* I magistrati sono la feccia della società, tranne quelli sensibili alle donazioni.

* Se vuoi salvare le chiappe scendi in politica. (Famoso il suo invito – da Steve Jobs del Giambellino – alle nuove generazioni: “Osate, siate spregiudicati! E anche un po’ pregiudicati!”)

Mentalità postbellica, il cavalier Silvio, è un commendator Borghi ripulito, con in più uno straccio di laurea che non sempre onora. E non basterebbero tutte le onorificenze del mondo a far dimenticare che è un individuo poco raccomandabile e socialmente pericoloso. Uno che, persa la partita, non si spara un colpo in testa nel suo mausoleo-bunker, mentre irride il nemico con gesto di suprema sfida e disprezzo (l’idea non lo sfiora minimamente), ma continua imperterrito a lanciare sassi e nascondere la mano. Dice e smentisce; passa da guitto a statista, da vittima ad accusatore con la rapidità di Fregoli; si improvvisa cieco di Sorrento e si barrica nel suo feudo per sottrarsi ai processi; si spaccia per salvatore della patria, mentre fa terra bruciata, distrugge ponti, e avvelena i pozzi. E soprattutto gli animi. Perché, nonostante la sua insolente spregiudicatezza, sfrontata determinazione, e sicumera da bar sport, l’aspirante caudillo – sotto sotto – è un po’ vigliacco. Se non avesse l’arroganza dei soldi sarebbe solo un patetico Mr. Witwould qualsiasi. 

Venendo alle condizioni in cui si trova il paese dopo il suo ventennio, però, non si può non ammettere che una buona parte di responsabilità sia anche nostra. Che, in fondo in fondo, ognuno di noi abbia la sua dose di colpa, e almeno un gemello “dentro” che non vorrebbe o non dovrebbe ascoltare e ospitare. Per il momento limitiamoci a immaginare cosa riserverà il futuro al nostro eroe. Nessuno può dirlo con sicurezza. Certo che di stronzate ne abbiamo ascoltate e sopportate tante. Troppe. Da ultime: la restituzione dell’IMU e i quattromilioni di posti di lavoro. Manca solo che trasformi la crisi in percezione, rigiuri che sconfiggerà il cancro, ci riveli – con la sinistra ironia della iena maculata – che Lui e il Creatore sono culo e camicia, fors’anche sinonimi… cos’altro ci toccherà mai sentire ancora? Ma soprattutto, cosa abbiamo fatto di tanto tremendo da meritare un simile castigo? E, nel caso, fino a quando dovremo espiare?

Se mai qualcuno dovesse risentirsi per i giudizi sull’Unto, potrei cavarmela con l’aforisma di Balzac: “Dietro ogni grande ricchezza…” Ma preferisco rimandare direttamente al poeta corsaro: “Io so…”

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Corsi & Ricorsi

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febbraio 3, 2023 · 8:12 PM

Niente titoli. Solo epiteti…

I Leopard, gli Abrams, gli F15.

E, tra poco, ci verrà chiesto di inviare la fanteria.

Guerra totale, insomma. Guerra, senza ipocrisia.

E senza scampo.

Con missili e droni che avranno licenza di bombardare

le nostre case dalla Vetta d’Italia a Lampedusa.

E noi gente comune? Tutti allineati e scoperti.

Beoti e tranquilli, ovviamente.

Non ho mai visto esseri in attesa di essere portati

al macello cosi distaccati. Silenziosi. Passivi, direi.

Nemmeno i maiali.

Sarà forse colpa del ADHD? Il fenomeno di deficit

di attenzione e iperattività che affligge ormai

le persone di ogni età?

In ogni caso sanremo famosi. Passeremo alla storia

come la società dell’ignavia e della stupidità

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Cari armati, vincerò!

Volodymyr Zelens’kyj, il presidente creato a tavolino da Madison Avenue (ex mecca della pubblicità mondiale) – “l’ uomo che deve chiedere sempre” – è ormai come il prezzemolo. Prossimamente sarà ospite d’onore al Festival di Sanremo. E, con ogni probabilità, darà il via al prossimo Giro d’Italia, al Tour de France, e alla Vuelta spagnola, che partiranno dall’Ucraina. Se va avanti così, presto troveremo la sua faccia in poster sei per tre ai bordi di tutte le autostrade di un’Europa in armi, col titolo a caratteri cubitali: VINCERÒ.

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Il diavolo si nasconde spesso dietro la ragionevolezza.

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gennaio 23, 2023 · 8:41 am

Chi di romanesco ferisce…

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gennaio 12, 2023 · 12:27 PM

Uomo avvisato

D’ora in poi sarà meglio rispettare il coprifuoco.

Controllare città, paesi e campagne con brigate di cacciatori. Mentre esercito, polizia, carabinieri staranno a guardare. Come nel ’22 l’esercito di “Sciaboletta”. Geniale!

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Auguro a tutti un sobrio e tranquillo natale. E che lo spirito del 2023 sia un po’ più equo e solidale. Mica tanto. Giusto un zic.

Alla ricerca dello Zeitgeist.

Si può afferrare l’impalpabile

prima che si dissolva?

Ormai tutto era pronto. Mancava solo l’ultima taratura degli strumenti.  E il visto di qualche paese che la spedizione avrebbe dovuto attraversare nel suo lungo viaggio. Il tutto era iniziato un paio di anni addietro. Tra lo scetticismo dei più e l’indifferenza dei mezzi di comunicazione. Un po’ perché l’argomento non era ritenuto di grande interesse. Un po’perché l’oggetto era molto controverso. In campo accademico-filosofico le interpretazioni erano le più diverse ed estreme. In quello scientifico, poi, non parliamone. Presso gli studiosi più aperti di mente la notizia era stata accolta con  fastidio e sospetto e, più generalmente parlando, si andava dalla malcelata ilarità alla più manifesta derisione. Insomma, la ricerca dello Zeitgeist, dello Spirito del Tempo, sembrava contare, per usare un eufemismo, su un ristretto numero di fan.  Tanto per avere un ordine di grandezza: nel secolo scorso la Nemesi Storica, parente prossima, aveva goduto di ben maggiore interesse e notorietà. E, a confronto, il Genius Loci aveva riscosso, durante i secoli, un successo da hit parade. Perché alla fin fine lo Zeitgeist, al di là della solidità del suono, era un concetto un po’ misterioso, che non si riusciva ad abbracciare completamente. E,come tale, soggetto ad interpretazioni molto personali.  Spesso settarie. Fosse stato come lo Spirito Santo, beh allora… non ci sarebbe stato nessun problema.  Invece no: lo Spirito del Tempo non solo non si lasciava definire nettamente ma, una volta che pensavi di averlo compreso e afferrato, questo ti sgusciava via e magari cambiava volto.  A volte radicalmente.

Ecco, lo Zeitgeist, a differenza dei suoi parenti, era un mutante. Per alcuni si poteva riassumere nella cultura dominante. Per altri, più materialisti, nelle sovrastrutture della società; per altri ancora era riconducibile alle pratiche quotidiane della vita. Per una più ristretta cerchia di persone, tra cui i membri della spedizione, si trattava di una forza dotata di una qualche forma di intelligenza, che attraversava la Terra e forse anche l’Universo. In qualche modo si nutriva delle azioni umane e nello stesso tempo le influenzava.  Più in generale si alimentava di tutto ciò che incontrava sul suo cammino, istaurando un processo di scambio da cui ricavava energia per crescere e svilupparsi, fino al cambiamento. A volte radicale. Se ci sforziamo un po’ e pensiamo, senza andare troppo lontano, a ciò che era stato lo Zeitgeist nella prima metà del secolo scorso, poi negli anni del dopoguerra  e della ricostruzione, e come era mutato nell’ultimo ventennio fino ad oggi, possiamo farci un’idea della sua capacità  di evolvere o viceversa, secondo i punti di vista, di involvere. Insomma di cambiare due, tre, quattro volte in un secolo. Questa caratteristica era ciò che lo rendeva insieme sfuggente e destabilizzante.  Affascinante e inquietante. Per non dire spaventoso.

Nel settembre del 2015, un gruppo di archeologi che stavano facendo delle ricerche in una parte sconosciuta del Sudamerica si imbattè in un fenomeno così sconvolgente, che i suoi componenti non si ripresero mai più del tutto. Dal loro resoconto e dalle testimonianze di quei pochi che avevano mantenuto un barlume di lucidità, il Prof. Whoseeks si fece l’idea che ciò a cui avevano assistito quei poveretti potesse essere la prova delle sue teorie; di quello che lui, la sua equipe, e pochi altri, stavano sostenendo da anni. Inascoltati e molto spesso sbeffeggiati dalla comunità scientifica.

In pratica, la sua teoria – meglio sarebbe stato chiamarla più cautamente la sua ipotesi – era che lo Zeitgeist fosse energia pensante. Non proprio come intendiamo noi umani questo tipo di attività. E cioè quella facoltà della mente di produrre concetti, idee, desideri… ma una forma, seppur molto simile, di sviluppare delle azioni finalizzate. Di esercitare un’influenza sul mondo. E soprattutto capace di mutare, di trasformarsi, quando sollecitata dalla realtà circostante. Questa energia, infatti, esaurita la sua missione, si modificava. Ma senza scadenze precise. Iniziava un nuovo processo di cambiamento per ritornare a interagire con la natura, gli animali, gli uomini. Riprendendo così un nuovo ciclo. Che poi si sarebbe esaurito. E sarebbe ricominciato con nuovo vigore. E così all’infinito. Come Araba Fenice invisibile e impalpabile. Il Prof. Whoseeks pensava che il fenomeno a cui avevano assistito quegli archeologi fosse stato il momento in cui tutte le forze del vecchio Zeitgeist si riunivano e iniziavano la loro lenta trasformazione nel nuovo Zeitgeist. Un processo destinato, con ogni probabilità, a non esaurirsi nel giro di pochi mesi. Forse nemmeno di pochi anni.

Così la spedizione da lui organizzata e sostenuta da pochi, temerari sponsor s’involò da Getwick  venerdì, 17 Febbraio, 2017. Tra l’indifferenza dei tanti, le risatine dei pochi, e i toccamenti di familiari e componenti la spedizione.  A causa della data, soprattutto. Il manipolo di avventurosi era così composto: Mary, biologa; Johanna, botanica; Barbara, psicologa; Lucy, etologa; Patrick, sociologo; James, metereologo; Bob, esperto di fenomeni paranormali e oggetti misteriosi ( definizione che aveva sostituito l’Ufologia); Mark, filosofo New-Age; Bill, filosofo materialista; Henry, filosofo spiritualista; Alfred, storiografo; Fred, geologo e geografo; Ryan, fisico. Per finire con il Prof. Whoseeks, incaricato della cattedra di Scienze e Storia del Pensiero Umano presso l’Università di  St. Andrews.

Dopo tre scali importanti arrivarono, a bordo di due scassati pick-up, in una località che non compariva nemmeno sulle carte più dettagliate. Li aspettava, con i motori accesi, un vecchio e malandato DC3. Si imbarcarono in tutta fretta,  armi e bagagli, e via verso l’ignoto.  Qualcosa di grande sembrava aspettarli. A bordo, per ingannare tempo e paura, cercavano di distrarsi.  Chi rinverdiva aneddoti di vita. Chi raccontava barzellette. Chi giocava a carte. Chi leggeva. Chi ripassava le tappe  del viaggio. Ma senza grossi risultati. L’obiettivo incombeva sulla loro mente, come il macigno della barzelletta cinese preme sullo stomaco della vittima. Mary e Johanna, le più sensibili, o probabilmente le più metereopatiche, mano a mano la meta si avvicinava, si sentivano sempre più strane. Come se dentro di loro qualcosa di insolito si agitasse, prima di prendere forma decifrabile. Fuori, le nuvole, grandi nuvole che mutavano in continuazione, sembravano allungare il passo seguendo la stessa rotta del traballante aereo.

Durante il training di preparazione erano arrivati a definire, unanimemente, lo Spirito degli ultimi quarant’anni. Impresa non priva di difficoltà. Perché l’esercizio era costato analisi, riflessioni, rinunce ai propri principi, considerazioni generali, ma anche personali. E dunque, questa era stata la conclusione comunemente accettata: lo Spirito degli ultimi trent’anni, brillante, esuberante, in apparenza disinteressato e generoso, si era rivelato, strada facendo, uno spirito canaglia. Mediocre, egoista, ingannatore, millantatore. Molto diverso da quello che aveva caratterizzato il periodo dal 1950 al 1980. Nel frattempo, il capo della spedizione sembrava completamente assorto nei suoi pensieri, nelle sue elucubrazioni, nei suoi calcoli. Sperava ardentemente di non essersi sbagliato. Di poter sbattere in faccia a tutti quei sapientoni, scettici e arroganti, una scoperta epocale. E stavolta l’aggettivo non sarebbe stato usato a sproposito.

Il cielo stava imbrunendo. Improvvisamente, una pioggia fitta fitta cominciò a percuotere la carlinga. E senza che potessero rendersene conto, il DC3 piombò in un vuoto d’aria.  Precipitò in caduta libera per un tempo che sembrò un’eternità. I loro cuori, tutte le loro viscere schizzarono verso l’alto e compressero ogni pensiero. Non ebbero nemmeno il tempo di emettere un grido. Anche la voce  venne schiacciata da tutto il resto. Poi, dopo questo abisso profondo una vita, tutto rinculò.  Frenò. Ma in modo così brusco che tutto quello che si era disordinatamente ammassato in alto, precipitò e andò a finire giù, giù, fino a rimbalzare contro la punta dei piedi. Adesso l’aereo si era stabilizzato. Tutte le frattaglie erano ritornate al loro posto. O quasi. Dall’interfono, la voce baldanzosamente stentorea del primo pilota lacerò l’aria: – Olà, amigos, todo bien? Panico? Que pregunta loca… soy seguro que no!  Todo el mundo lo sabe… vosotros ingles seis el sangre frio personificado! – Ridacchiò. Dal fondo, James non potè trattenere un: – Dem bastard! – Poi si riprese prontamente, recuperando il suo solito aplomb albionico.   Tutti, tranne il professore, erano uniti da un unico pensiero:  se mai ci sarà una prossima spedizione, manderò il mio avatar!   Ma il Prof. Whoseeks era tetragono, impassibile. Per ciò che si stava accingendo a scoprire avrebbe dato la vita.

L’aereo atterrò in una radura sprofondata nella notte più buia.  Poche, deboli fiaccole avevano la pretesa di delimitare la pista. Appena scesi, tirarono tutti un profondo sospiro di sollievo. Non gli sembrava vero di poter mettere  sotto i piedi qualcosa di stabile. Scaricarono tutto l’ambaradan e passarono la notte in una catapecchia ai bordi della foresta. L’indomani mattina, più stanchi di quando erano arrivati, caricarono tutto sui muli e si misero in cammino. Mentre il pilota, sporgendosi dal finestrino, gridava, tra il caos dei motori rollanti: – Adios companeros… asta luego! La proxima vez el vuelo sera suave como el cuerpo de una niña! Ah… ah… ah… vaja con Dios! – Nessuno ebbe la forza di rispondere. Nemmeno con un grugnito. Meglio risparmiare le energie. Avrebbero dovuto fare molta strada, prima di arrivare a destinazione.

Il sentiero, stretto e pieno di buche, era scolpito in una vegetazione che non permetteva allo sguardo di penetrarla più di mezzo metro. Si trattava di una foresta montana. Una foresta delle nuvole, più precisamente. Così chiamata perché riceveva la maggior parte di acqua dalle nebbie che salivano dai piovosi bassopiani.  Gli alberi non erano altissimi. Le liane, con i loro intrecci, formavano un tessuto indistruttibile e affascinante. Sopra, il cielo, per quanto era dato di vederlo, sembrava una pista rovesciata dove le nuvole si inseguivano come schegge impazzite. In senso opposto correvano gli uccelli. E dal rumore che giungeva attraverso la vegetazione sembravano affrettarsi, nella stessa direzione, tutti gli altri animali. Una specie di esodo di massa. Come bestie che scappano da un circo in fiamme. Solo la spedizione sembrava avanzare senza incertezze, seguendo la silenziosa guida che di tanto in tanto vibrava, qua e là, potenti colpi di machete. Via via procedevano, una strana sensazione si impadronì di ogni componente. Un indescrivibile senso di vuoto, di leggerezza. Come se la loro mente si stesse progressivamente liberando da scorie accumulate durante una vita. Forse era colpa della pressione. Erano partiti da tremila metri ed erano arrivati quasi a quattromila. E non era finita. Ogni tanto la guida si fermava e distribuiva foglie di coca da mettere, arrotolate, sotto la lingua. Avrebbero rilasciato lentamente il loro contenuto, per dare più forza alle loro gambe. E aiutarli a sopportare l’altitudine.

Il buio stava scendendo rapidamente. Le torce sui caschi, per quanto potenti, erano come lucciole in una notte senza luna. La guida consigliò di fermarsi.  Sistemarono i loro sacchi a pelo in fila indiana lungo il sentiero. Sembravano una smisurata anaconda spaparanzata, in attesa di qualche malcapitato viandante. Lo spazio era quello che era. Gli animali non avrebbero costituito un pericolo. Sembravano ormai tutti lontani. In ogni caso, la guida tagliò alcune liane, le legò fra loro, poi prese dei rami e fece un lungo recinto che delimitava le loro cucce.  Costruì tante piccole windbells e le sistemò, a distanza di mezzo metro una dall’altra, lungo tutto il perimetro. Se un animale avesse toccato la liana se ne sarebbero accorti. E la maggior parte di loro avrebbe avuto il tempo di darsela a gambe. Forse. Comunque meglio di niente. Si raggomitolarono nei loro sacchi, chiusero bene le zip sopra lo loro teste, e cercarono di prendere sonno. Invano. Paura, pensieri, e il rumore del vento che si infrangeva urlando contro la fitta vegetazione glielo impedivano.

Il mattino seguente si rimisero in marcia. Sopra le loro teste un cielo sempre più affollato e incombente continuava a correre. Sembrava essere scattata una gara a chi arrivava prima. Dopo questo lungo, estenuante e interminabile attraversamento, uscirono finalmente dalla foresta. Si trovarono, un po’ smarriti, in una piccola radura. Davanti a loro una collina. Completamente ricoperta di erba. E poche rocce, alte e strette come menhir. Si fermarono un attimo per riprendere fiato, e  poi cominciarono a salire in fila indiana. Le loro figure si stagliavano contro un cielo tormentato che sembrava non avere pace. Ricordava la macabra sequenza de Il Settimo Sigillo. Ma loro, seppure al limite delle forze, erano ancora vivi. Il vento sferzava i loro volti. Lentamente, una nuova, benefica e sconosciuta energia stava venendo in loro aiuto. Arrivati in cima, davanti ai loro occhi si presentò uno scenario da mozzare il fiato.

L’immensa vallata, probabilmente risultato dello sconvolgimento provocato da un’eruzione vulcanica milioni di anni addietro, correva per chilometri. Tutt’intorno, monti senza nome facevano timidamente da corona. E dentro questa spianata, sospeso a mezz’aria, un cielo in continuo divenire gridava la sua rabbia come un animale ferito. Le nubi sembravano cavalieri al galoppo. Si scontravano, si impennavano, si infilzavano, si disarcionavano; mentre fulmini impazziti disegnavano le loro ragnatele fiammeggianti. E nuove nubi continuavano ad affluire, a convergere al centro. A ognuno di loro sembrò di intravvedere in questo caos, come brevissimi flash, immagini del passato. Chi il crollo delle due torri, chi l’abbattimento del muro di Berlino, chi il proprio naufragio di alcuni anni addietro, chi il giorno della Prima Comunione, chi il volto di Bin Laden, chi quello della suocera, chi il funerale di suo padre, chi le cascate Vittoria, chi le Piramidi, chi vide prendere forma pensieri, chi immaginò dissolversi incubi. Sembrava una sorta di flusso di coscienza collettivo proiettato in Supermegascope. Il fragore dei tuoni dava enfasi a questa tregenda.  Questo Mini Big Bang. Come una drammatica colonna sonora. Da far tremare le vene ai polsi. Da far venir meno i sensi.  Chi non fosse stato minimamente preparato sarebbe certo uscito di senno. Per fortuna il Prof. Whoseeks aveva, almeno in parte, previsto la cosa. E fatto indossare a tutti occhiali e cuffie speciali che filtravano e attutivano lampi e rumore. Rimasero così, attoniti, insieme spaventati e affascinati, a guardare rapiti per parecchie ore.

Poi il Prof. Jonathan Whoseeks, volto teso e concentrato come un direttore d’orchestra, fece un cenno e tutte le apparecchiature si misero in funzione come per incanto. Le macchine fotografiche cominciarono a scattare a raffica.  I registratori  a girare e srotolare senza sosta i loro nastri. Con gli indicatori di livello che sembravano tarantolati. Le strane apparecchiature per captare fenomeni psicofisici mandavano scintille. I piccoli minirobot si davano da fare come matti, scavando a destra e sinistra fiutando l’aria come segugi alati, per raccogliere campioni di ogni tipo. Mentre i taccuini si riempivano freneticamente di note, di impressioni, di commenti.  E i cuori di sensazioni, fremiti, emozioni.

Improvvisamente, un tremendo boato squarciò l’aria e la terra cominciò a tremare.  Macigni enormi rotolavano verso valle, trascinando qualunque cosa trovassero sulla loro strada. Si strinsero uno all’altro, pensando ormai alla fine imminente. Come d’incanto tutto cessò. Una pioggia tiepida scese danzando ai capricciosi e mutevoli colpi di vento. Le gocce erano dolci come zucchero filato. Gli aborigeni le chiamavano lacrime del tempo. Un fenomeno che si manifestava assai raramente. Lentamente le nubi si allontanarono, spandendosi in ogni direzione. I fulmini esaurirono la loro tremenda energia. Il sole prese coraggio e comparve all’orizzonte. Mery, Johanna, Lucy, Patrick, James, Bob, Mark, Bill, Henry, Alfred, Fred, Ryan, si sentivano adesso invasi da una nuova forza. Il Prof. Whoseeks era raggiante.

Così, immersi in quella tiepida alba e pervasi da un rinnovato, confortante pensiero, si preparavano a vivere al ritmo di un nuovo, promettente spirito del tempo.

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La vita gira.

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dicembre 19, 2022 · 10:26 am

PATAPOLITICA. L’ultimo grido in fatto di politica.

Personalmente ero rimasto alla Patafisica. Quella di Jarry. Anche se probabilmente la prima opera protopatafisica è Vita e opinioni di Tristram Shandy, getiluomo di Laurence Sterne. Il primo romanzo dell’epoca moderna. In ogni caso, cos’è la Patafisica? Secondo Jarry è” la scienza delle soluzioni immaginarie”. Secondo la Treccani è “la parodia del pensiero metafisico” “ciò che si sovrappone alla metafisica”. Quindi una consapevole provocazione artistica che si esprime “in forme di ragionamento capziose e paradossali e in un linguaggio festosamente dissacratorio”. La Patafisica è quella forma di espressione artistica (narrativa, pittorica, fotocinematografica) che, nonostante il modesto clamore e riconoscimento, ha avuto illustri cultori come Queneau, Man Ray, Jonesco, Mirò, Nespolo, Del Pero, Baj, Clair, … insieme a più o meno consapevoli artisti moderni e postmoderni quali Bontempelli, Calvino, Fo, Bene, Bergonzoni, Caposela…e, perché no, anche Pynchon. Giusto per citarne alcuni. 

Oggi, al fenomeno “pata” potremmo aggiungere la Patapolitica: ovvero la politica del sur-surreale, dell’assurdo. Dello sconclusionato. Uno dei tanti effetti collaterali, dei velenosi rifiuti della risacca della “società liquida”(come la definisce Bauman). Anche se il fenomeno politico, rispetto a quello artistico, si presenta più come disfunzione, degenerazione, malattia di un professione. Manca alla Patapolitica la consapevolezza, la carica ironico-sarcastica, che scuote lo status quo per proporre qualcosa di nuovo, di diverso, ma comunque  finalizzato. Resta in pratica la forza destabilizzante, demolitrice ma fine a se stessa. E quindi superflua, inutile, e  negativa. Dove all’ironia è subentrato il ridicolo. Non c’è proposta. Manca l’obiettivo. Insomma, la Patapolitica è una manifestazione degenerativa di distopia schizoide di una categoria.  O meglio di individui., nel migliore dei casi mestieranti. Sempre più spesso dilettanti senza qualità. Spesso maldestri, nocivi e disonesti. Che operano solo per il  tornaconto personale. In una parola, per richiamare Bauman: liquame. Una sciolta che si presenta quotidianamente nell’agire e nel parlare. Stendiamo veli pietosi sui comportamenti. Quanto al parlare, alla retorica, questa è formalmente, apparentemente, corretta (tranne tempi e modi dei verbi), ma solo per i più distratti. Ogni discorso ha ormai perso il suo requisito fondamentale: quello di convincere. La retorica ha abdicato alla sua funzione di fine arte della persuasione. Basta pensare a quella perla di argomentazione che ha recentemente fatto il presidente del consiglio per giustificare l’aumento del limite del POS a 60 euri, e il limite del contante in “fondina” di 5.000 euri, proponendoli come strumenti efficaci contro l’evasione. Dove dalla logica si passa direttamente alla  patalogica, senza passare dalla pseudologica (e  nemmeno dalla  paralogica). Questa è Patapolitica. Anche se definire questo discorso surreale sarebbe un complimento. Assurdo troppo poco. Bizzarro forse. Meglio sarebbe relegarlo nel ridicolo. Si, molto meglio. Credo infatti che anche “il bambino di dieci anni” tanto caro a Berlusconi riderebbe come un matto fino alle lacrime.

Ciò detto/scritto, invoco la vostra clemenza per questo pensiero un po’ patafisico.

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Sconsigliato ai minori di settant’anni.

Anche i piccioni hanno le loro sfighe.

Buffa la natura.

Si trovano somiglianze

dove meno te l’aspetti.

La postura non era esattamente quella dei suoi consimili. La testa leggermente incassata in piccole spalle, rigide come grucce dimenticate  dentro l’abito. E poi quella leggera protuberanza sulla schiena che non gli avrebbe certo consentito di fare l’indossatore. Per non parlare delle orecchie. Fosse vissuto solo qualche decennio dopo, avrebbero fatto morire d’invidia  il Signor Spock.

Era la fine degli anni ’50, in quella piccola città fra nebbie dense come il mosto e nugoli di zanzare a prova di contraerea. Così lontana dal caos delle metropoli, ma a un tiro di schioppo dal mare. Dove, sarà per il fluire metafisico del tempo, sarà per una particolare disposizione della gente a notare cose che altrove sarebbero passate inosservate, anche il più piccolo dettaglio assumeva un rilievo particolare. La nuova cravatta del sindaco. Le calze smagliate della moglie del farmacista.  Il viso sbattuto della cassiera del cinema in piazza, che si vociferava arrotondasse con le comitive subito dopo l’ultimo spettacolo.

Ma torniamo al nostro protagonista. Dicevamo dunque, quei piccoli difetti che in una persona sarebbero stati un tocco di originalità,  tratti caratterizzanti che, se ben gestiti, avrebbero anche potuto arricchire la personalità – si pensi alla camminata emorroidale di John Wayne o all’anca sbilenca di Gary Cooper – in un piccione costituivano un vero e proprio handicap. A ben vedere più funzionale che estetico. Considerato che volare gli riusciva piuttosto faticoso,  preferiva di gran lunga deambulare nella zona del centro.  Sfiga aveva voluto che, da  libero volatile, una natura matrigna lo costringesse per gran parte della giornata alla più terrena condizione di animale da cortile. Molto pio, fin da piccolo passava gran parte del tempo nei pressi del sagrato della chiesa, anche se prediligeva la zona dell’oratorio. Le giornate trascorrevano così, fra le lezioni di catechismo; la commiserazione di molti fedeli; l’affetto dei passanti che avevano per lui un occhio di riguardo, riservandogli sempre doppia razione di pane; pochi amici e qualche sfottò dei suoi compagni, che non erano certo stati di grande aiuto nello sviluppo armonico del suo carattere. All’apparenza mite ma, sotto sotto, preda di un forte desiderio di rivalsa sul mondo. Questa condizione, che lo portò a dedicare parecchio tempo alla meditazione e all’osservazione minuziosa, quasi maniacale, della realtà, sviluppò la sua intelligenza a tal punto da farne il piccione più acuto e sveglio della città. E forse anche dei paesi vicini.  Ben presto la sua fama oltrepassò i confini della provincia e arrivò a lambire il capoluogo di regione.

Divenuto adulto, la sera verso le 18.00 amava passeggiare all’incrocio tra la via del Corso e quella che portava dritti in Piazza Duomo, lambendo l’imponente Castello.  Senza darlo a vedere, osservava tutto e tutti. Niente sembrava sfuggirgli, nemmeno il più piccolo dettaglio. Ogni gesto, ogni cambiamento veniva registrato, metabolizzato, e archiviato dalla sua mente in costante fermento. Dietro quello sguardo all’apparenza  distratto e assente. Non smise mai di frequentare la parrocchia e le lezioni di morale alla scuola dei salesiani. Aveva iniziato molto giovane quasi per caso. Poi, presoci gusto, ogni volta si infilava in  classe e  prendeva posto sopra  l‘armadio ad ascoltare. Tanto che nessuno ci faceva più caso. Così fino alla fine dell’anno scolastico. Fosse stato interrogato, avrebbe fatto sfigurare tutti: primo della classe e insegnante messi insieme. Spesso assorto nei suoi pensieri, tanto da sembrare schivo e riservato, quando si trovava in compagnia aveva risposta pronta e mordace. Che a volte diventava sferzante e anche un po’ tagliente. Da tutti gli veniva riconosciuta  una notevole arguzia. Molto al di sopra della media.

Ben presto nella comunità cominciò ad essere temuto, perché dietro quella apparente calma e mitezza – in realtà frutto di grande e affinato autocontrollo – si vociferava si celasse una sorta di Mr. Hide. Per quella particolare propensione verso la sottile arte di tessere  oscure trame di potere, che il pennuto, si mormorava, possedesse in smisurata dose.

Una fredda mattina di dicembre, un piccione fu trovato sfracellato sul marciapiede davanti ad una famosa panetteria del centro. Con tutta probabilità era precipitato dal cornicione del palazzo, sede della redazione di un piccolo mensile di gossip socio-politico.  Aveva le ali legate e una benda sugli occhi.  Non era stato certo vittima di distrazione o improvviso capogiro. Oltretutto pare fosse astemio. La cosa provocò un certo fermento. Le chiacchiere si sprecarono: qualcuno volle addirittura vederci una relazione con il peripatetico piccione, considerato, nel migliore dei casi, una sorta di mandante morale di quella tragica dipartita. Poi, come si sa, nella sana provincia italiana gli scandali, come le ferite, si rimarginavano velocemente. Diventavano presto aneddotica. Entravano a far parte del repertorio favolistico del luogo. E anche  questa brutta storia non fece eccezione. L’unico effetto pratico fu che molti piccioni decisero di fare fagotto in fretta e furia e migrare. Spaventati a morte e non certo votati a fare la stessa fine dello sventurato de cuius. In seguito, voci di legami del nostro con loschi piccioni viaggiatori provenienti dalla Sicilia si fecero sempre più frequenti. Qualcuno sostenne perfino di aver assistito di straforo ad un bacio rituale tra boss, che lo aveva visto protagonista.

Ma tutto il mondo è paese, e la città non ci fece caso più di tanto. Molti bollarono l’indiscrezione come parto di malelingue. Invidiose nullità. Lui continuò a passare le sue giornate tra il sagrato della chiesa, il corso, la scuola e, via via il tempo passava, fu visto sempre più spesso nei pressi degli uffici del Comune, a un battito d’ali dalla stanza del sindaco che, anche se di parte politica avversa, si vociferava traesse auspici dai suoi modesti voli, e giovamento dal suo bisbigliare pacato sul davanzale della grande finestra. Il resto giace ormai perso fra le rovine del tempo e le spesse nebbie della memoria. Ricordo solo che all’età di sedici anni, a malincuore, me ne andai da quella città, diretto a nord.  Del piccione persi ogni traccia.

Dimenticavo di dire: noi ragazzi del ‘46, con quel misto di perfida ironia e feroce irriverenza che caratterizza i giovani nell’età dei teen, lo avevamo soprannominato Giulio.

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Ci sono persone che hanno influenzato, talvolta plasmato, talaltra avvelenato, le nostre vite. Persone le cui gesta sono così scolpite nella nostra mente da essere entrate non solo nell’immaginario collettivo, ma anche – cosa ben più preoccupante – nel  patrimonio genetico nazionale.

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