Non c’è benessere senza spine.

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Questa è la sequenza più famosa del film Una vita difficile.  Bene, adesso cerchiamo di immaginare la stessa scenetta ai giorni nostri.

Due trentenni, appartenenti a quella che potremmo chiamare oggi  wellfare class, sono invitati per motivi scaramantici alla tavola di una di quelle famiglie di sopravvissuti, che una volta venivano definiti “veri signori” per distinguerli dagli arricchiti.  A un certo punto la voce dello speaker della tivù annuncia:

Vi comunichiamo i risultati del referendum repubblica  fascismo. Repubblica …ventimilioni…   Fascismo …ventitremilioni…   Da oggi, l’Italia è fascista!

Mentre i padroni di casa  a malapena nascondono la loro delusione e tristezza, i due giovani ospiti si guardano compiaciuti e si danno il cinque: e…vaiii!

Cosa può aver cambiato così radicalmente  Silvio e Elena, tanto da farli diventare fan del totalitarismo? I Silvio e Elena dell’immediato dopoguerra erano figli dello spirito del tempo. Uno spirito curioso,  idealista,  entusiasta, democratico e progressista, anche se attraversato da profondi dubbi e incertezze. Pertanto non potevano che parteggiare per la repubblica. Ma da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il continuo, progressivo benessere ha reso  i Silvio e Elena dei nostri giorni simili nell’aspetto, ma completamente diversi dentro.   L’ambiente ha avuto di gran lunga la meglio sulla trasmissione dei caratteri ereditari  etico-culturali da una generazione all’altra. A tal punto che oggi si  parla di mutazione antropologica probabilmente irreversibile.  Silvio e Elena non sanno più cosa voglia dire lottare per i propri diritti, lo considerano un fatto acquisito. Naturale. Né sanno cosa voglia dire solidarietà. Non hanno ideali. Né curiosità. Né memoria storica dei perché. Soprattutto non sono spinti dallo stato di necessità.  Desiderano solo conservare il loro train de vie. I loro privilegi. Se un sistema totalitario promette di garantir loro,  meglio della democrazia, la stabilità dello stile di vita che amano,  allora: benvenuto fascismo!

Morale della favola: il benessere prolungato, se non va di pari passo con uno sviluppo armonico dell’individuo ( che dovrebbe approfittare delle infinite opportunità  che gli vengono offerte di una crescita che non sia solo materiale), col tempo finisce per provocare una frattura  nelle credenze, nei valori morali, nei modi di vivere e  di rapportarsi con gli altri. D’altronde, se noi figli del dopoguerra non siamo stati capaci di proteggere e conservare  la maggior parte di ciò che c’era di positivo a questo mondo, non possiamo mica pretendere che le generazioni che verranno continuino a vederlo con gli stessi occhi.  Lo stesso cervello. E, soprattutto, lo stesso cuore. Ma poi chi ha detto che questo sia un male? Forse la nostra è solo una nostalgia novecentesca. Magari è arrivato il tempo  di mollare il colpo.

 

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Wikibiografia non autorizzata di Berlusconi Silvio.

Ripubblico questa wikibiografia non autorizzata del cav. (scritta nel  2012), perché non vorrei che, vista la recente riabilitazione, qualcuno fosse indotto a pensare che si tratti di persona degna di fiducia.

Nasce a Milano, il 25 settembre del 1936. Voci non ancora confermate, sommate a numerosi indizi assai circostanziati, darebbero sempre più consistenza ad una storia così strabiliante da far impallidire anche la penna di Alessandro Dumas. Tenetevi forte: quella buonanima di mamma Rosa, per gli amici Rosella, avrebbe scodellato non uno, bensì due Silvio. Due pargoletti identici. Due gemelli. Pare infatti che alcune ore dopo che il primo esordisce con una lunga teoria di “mi consenta”, fa avance da camionista a tre infermiere, cazzia due chirurghi, racconta l’ultima sui carabinieri a mezzo ospedale, ammolla una goliardica pinghella sulle palle all’anestesista (tanto per tenerlo sveglio); il secondo – al grido di “ta… taaaaa… ecco a voi il sequel!” – sia schizzato fuori, tutto intrippato, e con tipica chiusa alla Fred Astaire, abbia lasciato la audience interdetta. Naturalmente, se la cosa venisse confermata, il Fenomeno di Arcore ne uscirebbe assai ridimensionato. Una sorta di Cavaliere dimezzato, insomma. Non certo più quell’unicum da annoverare fra le più aberranti patologie della psiche umana, ma semmai, con buona pace di tutto il Paese, un bino che si fa uno, come vedremo, all’insaputa della gente. Caso eclatante ma piuttosto banale, da ascrivere tutt’al più alla tradizione mitologico-letteraria del doppio. 

Alla luce di questa rivelazione, pare che i due frugoletti che Rosella avrebbe deciso di chiamare Silvio per non fare torto a nessuno, all’aspetto siano assolutamente identici. Due gocce d’acqua. Solo il carattere, fin dai primi passi, rivela, nel più giovane, un’anomalia: ogni tratto in lui viene esasperato. Ciò lo rende soggetto per niente facile: debordante, eccessivo, sempre fuori misura. Personalità basica che non mostra né profondità né spessore, ma indubbiamente possiede tinte così forti da non passare inosservato. Tutto spontaneismo senza discernimento alcuno. E zero freni inibitori. Tanto che la parola anticipa ogni pensiero e le sue uscite diventano via via più imbarazzanti. Talvolta perfino moleste per il prossimo e dannose per il gemello, essendo assai facile confonderlo. Anche perché pare che nessuno, tranne i pochi cui viene cucita la bocca, sia al corrente della sua esitenza. Più il tempo passa, più la cosa crea problemi, che a poco a poco vengono paraculescamente trasformati – come da manuale del perfetto pubblicitario – in altrettante opportunità dal primogenito, sul quale si appuntano ormai le speranze dell’intera famiglia. 

Sedotti da questa ipotesi gemellare, d’ora in poi indicheremo i due soggetti come Silvio 1 e Silvio 2. Anche perché, in ogni caso, variando il numero dei protagonisti il risultato non cambia. Lasceremo alla vostra perspicacia stabilire, di volta in volta, a chi attribuire le fantasmagoriche gesta. Diremo solo che Silvio 1 è l’egocentrica mente, l’istintivo stratega, il boccaccesco regista, il vanesio mattatore, l’arrogante filibustiere, il galante tombeur da pochade, il disinvolto imprenditore un po’ bauscia, un po’ villan rifatto. Silvio 2 è l’eterno zuzzurellone, il perenne infantilito, disturbato quanto basta, tanto bugiardo da ingannare anche se stesso, guitto e saltimbanco, un po’ Zelig un po’ Amici Miei, sommamente irresponsabile, totalmente inaffidabile, e soprattutto, all’occorrenza, tanto, tanto smemorato. Almeno quanto quello di Collegno. 

Silvio 1 frequenta le scuole dai salesiani; mentre Silvio 2, per non fargli ombra, è tenuto segregato in casa (esce una volta al dì con mascherina alla Joker) e affidato fino alla maggiore età alle cure di un tutore. Il famoso zio prete. Il primo, saltato a piè pari il servizio di leva, si laurea alla Cattolica in Giurisprudenza, con una tesi che fa ampiamente presagire il suo luminoso futuro : “Il contratto di pubblicità per inserzione” (cazzolina, che tesi! n. d. r.). Il secondo viene spedito oltr’Alpe e sotto le mentite spoglie di Rocco Mifreghi, fra una performance e l’altra, frequenta un corso di Ron Hubbard, che qualche giorno dopo avrà un esaurimento nervoso dal quale non si riprederà più; e uno di persuasione occulta, tenuto da Vance Packard, che da lì in poi vedrà vacillare ogni suo convincimento. Dopo una vita spericolata correndo da un eccesso all’altro – il cavallo (delle brache) sempre più imbizzarrito e nitrente – allo scoccare dei sessanta sente nostalgia di casa. Le sue rentrée in Italia si fanno via via più frequenti. Vere e proprie improvvisate. Il rischio che tutto venga scoperto aumenta. Anche perché, sempre più spesso, il nostro si diverte a prendere il posto del fratello a sua insaputa, mettendo in risalto il lato più “ganassa” della sua esuberante natura. Sarabandaaa!

Silvio 1, ormai sul punto di scendere in campo per salvare in un sol botto azienda e chiappe, non potendo sopprimerlo per quanto tentato, improvvisamente ha un colpo di genio: decide di servirsene come sosia, stuntman, meglio ancora “gaffeman”, ogni volta che bisogna distrarre l’opinione pubblica. Introdurre un diversivo che faccia rapidamente breccia nella mente di un popolo bue. Nasce così, da questo improvvisato sodalizio, un personaggio di fantasia – per molti supereroe di riferimento, per altri vero e proprio flagello di Dio – che tiene in scacco per oltre un ventennio un paese in massima parte di boccaloni. Attenti a noi due!

Fin dagli esordi, Silvio 1, che prefigura e pregusta già l’impero che verrà, comincia a mettere in cantiere una frotta di eredi a cui passare il testimone. E così fa due figli con la prima moglie: Marina e Pier Silvio e tre, Barbara, Eleonora e Luigi, con la seconda, l’attrice Miriam Bartolini, in arte Veronica Lario, che sposa – come si conviene a ogni uomo timorato di Dio, e con ben sette zie suore appese all’albero genealogico – dopo una lunga relazione extraconiugale. Ah, il gioco delle coppie!

Le prime esperienze lavorative sono all’insegna della precarietà. Prima come cantante e intrattenitore su nostrane “Love Boats”, poi come piazzista di scope elettriche. Superata la fase della cavallina ma prima ancora di diventar cavaliere, inizia l’attività di agente immobiliare. Nel 1961, un bel mattino gli scappa una pensata: e se ci dessimo all’edilizia?!!! Detto fatto! Un colpo alla ruota della fortuna e via! Esce di casa e si fionda ad acquistare un bel terreno in zona Bande Nere, grazie alla fideiussione del banchiere Carlo Rasini, titolare della banca omonima (pare insignita di ben 3 lupare e 2 coppole dalla “Guida Riciclo Denaro”), nella quale lavora il padre. Nel giro di pochi anni nascono Milano Due e Milano Tre. Città-fortino ai margini della metropoli lombarda. Sei grande, fratello! Da dove arrivino tutti quei soldi, nessuno sembra occuparsene. Mistero!

Testa in continuo fermento, vero e proprio vulcano sempre attivo, un bel giorno, il fiuto gli dice di allargare il raggio d’affari al settore della comunicazione. E qui ha la genialata che lo farà passare alla Storia: mettere in piedi il più grosso network di televisioni private locali d’Italia. In modo che, in assenza di ripetitori che coprono il territorio nazionale, questa rete possa supplire per mettere in onda – in contemporanea in tutto il paese – la pubblicità. A confronto l’idea meravigliosa di Cesare Ragazzi è una solenne pirlata. Chapeau! E richapeau! Con ampia scappellata finale e riverenza a ritroso. Scherzi a parte!

Così nel ’78 rileva Telemilano (anche se avrebbe tanto preferito Telelecco, per il suo prosperoso palinsesto), una televisione via cavo che ribattezza Canale 5 e trasforma in rete televisiva nazionale. Sempre nel 1978 fonda Fininvest, holding che coordina tutte le varie attività. Nel 1982 acquista Italia 1 da Rusconi e due anni dopo Retequattro dal gruppo editoriale Arnoldo Mondadori. Bim bum bam: il pranzo è servito!

Nello stesso anno i pretori di Torino, Pescara e Roma oscurano le reti Fininvest per violazione della legge che proibisce alle reti private di trasmettere su scala nazionale. Scherzo da prete! Lui se ne strabatte, tanto in questi anni ha pasturato così bene il partito socialista che l’azione giudiziaria viene stoppata in men che non si dica dall’amico Bettino, che con decreto legge “ad aziendam” legalizza la situazione. Il gruppo riesce perciò, seppur con strumenti non legali per la legislazione di quegli anni, a spezzare il monopolio televisivo RAI. Nel 1990 la Legge Mammì stabilizza la situazione, rendendo definitivamente legale la diffusione a livello nazionale di programmi radiotelevisivi privati. Anche se Mediaset continua ad operare con concessioni transitorie. È una vera corrida!

Negli anni a seguire il gruppo si diffonde in Europa: in Francia fonda La Cinq (chiusa nel’92); in Germania Tele Funth, in Spagna Telecinco. Durante il corso degli anni ottanta, le folgorazioni si susseguono a ritmo frenetico, la sua testa è una cornucopia che vomita idee a getto continuo: chiama le vecchie glorie della TV nazionale – ormai sull’autostrada del tramonto – gli fa due iniezioni di gerovital, tre elettroshock, un restauro qua e là: trapianto di peli, lifting, una sbiancata alla dentiera, un po’ di botulino, una passata di cerone, una bella sniffata e via… i nostrani “cocoon” scendono in pista. Tuttinfamigliaaa! 

Innova i palinsesti, inaugurando i TG durante il corso della giornata. Inventa format. Talk shaw. Quiz. E inonda le già fragili menti con una marea di soap opera, sequel, serial, e minchiate di tutte le razze. Così rafforza gli ascolti, il suo patrimonio, e mina sul nascere intere generazioni, titillando e valorizzando il peggio di un popolo. Inaugura piazze virtuali da dottor Dulcamara con irresistibili televendite. E ci sommerge di telepromozioni a go go. Non è certo la RAI! Non contento, dà la possibilità ai piccoli imprenditori, grossier di modi e di cervello, che fino ad allora erano costretti a sbavare davanti agli spot, non potendoseli permettere, di accedere al meraviglioso mondo dell’advertising, attraverso i famosi “contratti a rischio”: ti concedo spazio gratis fino a che non raggiungi il target di vendita. Da lì in poi mi paghi. Oppure il mitico “cambio merce”: io dare a te spot, tu dare a me cammello. L’animale viene poi riciclato, come i regali di Natale, e venduto attraverso i gruppi della grande distribuzione acquistati nel frattempo: Standa, Euromercato e Supermercati Brianzoli. Come effetto collaterale accumula riconoscenza e gratitudine a carrettate, che semina con amorosa e lungimirante cura. Presto germoglieranno e diventeranno, a tempo debito, credito da riscuotere. Consenso. Voti. Centinaia. Migliaia. Milioni di voti. Beautiful! Ma soprattutto: milagros!!!

Nel 1998 scorpora e vende il gruppo Standa. Dichiarerà poi di esser stato costretto a questo sacrificio dopo la sua discesa in politica, giurando sulla testa dei cinque figli che nei comuni gestiti da giunte comuniste non gli concedevano le necessarie autorizzazioni per aprire nuovi punti vendita. Verissimo! Bubbole! rispondono in coro i detrattori. Il tutto nasconde il tentativo di generare un po’ di cash per dare fiato a un gruppo che sta attraversando un periodo di vacche magre (senza allusione alcuna). In campo editoriale diventa il principale editore italiano nel settore libri e periodici; nel gennaio del ’90 acquisisce la maggioranza azionaria della Arnoldo Mondadori, fottendo De Benedetti (Lodo Mondadori) con una spregiudicata macchinazione da furbetto del quartiere. Del pacchetto fanno parte anche la Giulio Einaudi Editore, più una serie di prestigiose case minori. Nel 2011 la magistratura ribalta tutto e condanna Fininvest a risarcire 560 milioni di euro al tenace Carlo. Risatissima!

Nel campo della distribuzione audiovisiva, diventa socio di Blockbuster Italia, oggi defunta a livello mondiale. Controlla inoltre la Medusa Film e Endemol, una società per lo studio e la vendita di format televisivi. Fa, primo in Europa, una rapida sortita nella payTv con Telepiù agli inizi dei ’90 (ceduta a Sky nel 2002), fino a inaugurare, con l’avvento del digitale terrestre, Mediaset Premium. Il Gruppo Fininvest, con le partecipazioni nelle società Mediolanum di Ennio Doris – uomo dal fulvo toupé, soprannominato il Giotto della Brianza – e Programma Italia, ha una forte presenza anche nel settore delle assicurazioni e della vendita di prodotti finanziari. Chi vuol esser miliardario, si faccia avanti!Grande tifoso di calcio, acquista il Milan. Anche perché, se una banca significa sicurezza, una squadra di calcio vuol dire pubblicità. E poi, all’occorrenza, ti procaccia un sacco di voti. Anche se acquisti un fessacchiotto come Balotelli, tutto gambe e cervello in perenne offside. Sotto la sua gestione i diavoli rossoneri vincono di tutto e di più. Tre volte chapeau!, con doppia capriola retrograda, gesto del ciucciotto, e òla da vomito! 

Tralasciamo, per raggiunti limiti di sfrangimento, i conti chiusi e in sospeso con la giustizia. Tanto tutto il mondo sa che la magistratura, essendo comunista per definizione, è costantemente rosa da invidia galoppante. Ce l’ha su con lui a prescindere. Lui, così buono che non farebbe male a una mosca, e tanto generoso da aiutare tutti: ragazzi, militari, e donne (se poi gliela danno le ricopre d’oro dalla testa al girovita.). Quando però si tratta di affari non guarda in faccia nessuno: pensate a villa San Martino in quel di Arcore comprata per una miseria, grazie ai raggiri ai danni di un’orfana minorenne sotto la tutela legale di quell’Esse-Esse di Cesare Previti. Chi avesse almeno un lustro da buttar via per approfondire procedimenti, sospensioni, condanne, prescrizioni, annullamenti e chi più ne ha… può trovare ampia documentazione in rete. Scoprirebbe così che l’uomo ha il forum più grande del mondo.

2013, 2011, 2008, 2001, 1996, 1994… Quando c’era lui i treni arrivavano in orario…; Lei viene? Quante volte viene?; Angelino sì, Angelino no; mi candido, non mi candido, sì, forse, forse che sì’, forse che no; e i sondaggi?; la nipote di Mubarak; il cugino di Gheddafi: lo zio di mia nonna; il cazzo che ti si frega; abbasso l’ICI; a morte l’IMU; viva la FIGA; Milan uber alles!; cala la mutanda (Francesca), sale l’Auditel…; Brunetta si sposa; la culona inchiavabile; il falso in bilancio; tutta colpa dei media; Ponte sullo Stretto; Casa delle Libertà; casa di Montecarlo, i senzatetto dell’Aquila; i fratelli Marx che sagome, peccato quel cognome; i comunisti, capaci di tutto!; la Mafia non esiste, e semmai l’ha fatta fuori il Duce!; Mangano, macché stalliere, quello è un eroe; grandi opere, ignobili bugie, stellari promesse; Bunga Bunga; la Minetti è una personcina a modo: brava, laureata, e poi trilinguata…; ma anche la Barbara, quanto a lingua…; i club “Silvio ci manchi”; quinte colonne di qua, quinte colonne di là; Oobeemaaaa!; Cucùuuu, setteteee!; Romolo e Remolo; è una vile menzogna! non l’ho mai detto!; All Iberian…; Alitalia, ghé pensi mì!; satellite sì, satellite no; non avrete il mio scalpo… ovvio!; Emilio come Gagarin?; la Legge Gasparri; Carfagna, Gelmini, Prestigiacomo, Brambilla… che simpatica la Santanché; i fratelli Cervi, li conosco, un giorno di questi voglio stringere la mano al padre; turisti della politica!; la proporrò come Kapò; smentisco fermamente!; l’Editto Bulgaro; Back in exUSSR; l’amico Bossi; l’amico Putin, l’amico Bush; Amici, la De Filippi e come ti fotto una generazione; Ferrara, Feltri, Sallusti, Bel Pietro: attaccanti. Centrocampo: Minzolini e Socci. Porro, Amicone, Signorini, Fede: difesa. Vespa in porta. Rossella in panchina. Farina: squalificato; la Bicamerale; il Contratto con gli italioti; l’insipienza delle opposizioni; il Porto delle Nebbie; Forza Italia; il predellino; via d’Amelio; la strage di Capaci; via dei Georgofili; la P2…

Tragicomico rewind che divarica e sparge sale a piene mani su ferite ancora aperte. Il percorso politico e civile del nostro dovrebbe essere ormai noto a tutti, se non altro per grandi linee e per gli effetti devastanti che ha avuto e continua ad avere, non tanto sullo spread, ma sulla nostra già malferma psiche. Però, se proprio non ve ne siete accorti: o avete il vostro tornaconto, o vivete come Alice… Nel primo caso, auguri! Nel secondo, disciules! Dopo una serie infinita di tiraemolla, e aver affondato le primarie della sua invincibile armata, non più di due settimane addietro annuncia di non volersi più ricandidare alla Presidenza del Consiglio. Poche giorni fa dava per certo che il PDL avrebbe vinto le elezioni. Pare, invece, che le abbia perse il PD. Il fido Angelino (può un adulto normodotato farsi chiamare come un cartone animato?) non diventerà più Premier (ahinoi!), e Lui dovrà rinunciare al Ministero dell’Economia (accidempoli, che sfiga!). Resta un posto da papa. Nel caso non dovesse bastare, potrebbe sempre indire un referendum popolare e farsi acclamare Re d’Italia & Colonie. Penali comprese. Dieci chapeau!, un pernacchio stereo, mani a stringere sul monte fumaiolo e le tombe etrusche, e triplo gesto dell’ombrello!

SILVIO E LA WELTANSHAUUNG ETEREA.

La filosofia dell’uomo, la sua visione del mondo, si può riassumere in tredici punti. E non ha certo bisogno della spiega di Emanuele Severino o l’analisi di Umberto Eco.

* Per convincere la gente la televisione non è tutto ma è indispensabile. Possiedi l’etere, e sarai a tre quarti dell’opera.

* Il pubblico è come un bambino di dieci anni. Pure un po’ ritardato.

* Più la bugia è grande più la gente ti crederà.

* Non importa se dentro sei una ciofeca. Ciò che conta è quel che mostri. Si ti mancano i capelli: trapianto! Se son grigi: tintura! Altrimenti, impiccati, chl’è mej!

* Spara pure cazzate. È la prima parola quella che si fissa nella mente. Qualsiasi smentita non riuscirà mai a cancellarla. Passaparola!

* Ogni donna ha il suo prezzo. E nessuna resiste al fascino del potere.

* Nessuno è insensibile al denaro, se il prezzo è giusto ti vendono anche la madre.

* I comunisti sono malvagi e godono nel vedere i ricchi piangere.

* Le imposte sono un furto legalizzato, evadere è legittima difesa.

* Circòndati di mezze seghe, leccaculo e mignotte, pagali bene, e vivrai tranquillo.

* Possedere una banca e una squadra di calcio non è tutto ma aiuta. Il sottoscritto.

* I magistrati sono la feccia della società, tranne quelli sensibili alle donazioni.

* Se vuoi salvare le chiappe scendi in politica. (Famoso il suo invito – da Steve Jobs del Giambellino – alle nuove generazioni: “Osate, siate spregiudicati! E anche un po’ pregiudicati!”)

Mentalità postbellica, il cavalier Silvio, è un commendator Borghi ripulito, con in più uno straccio di laurea che non sempre onora. E non basterebbero tutte le onorificenze del mondo a far dimenticare che è un individuo poco raccomandabile e socialmente pericoloso. Uno che, persa la partita, non si spara un colpo in testa nel suo mausoleo-bunker, mentre irride il nemico con gesto di suprema sfida e disprezzo (l’idea non lo sfiora minimamente), ma continua imperterrito a lanciare sassi e nascondere la mano. Dice e smentisce; passa da guitto a statista, da vittima ad accusatore con la rapidità di Fregoli; si improvvisa cieco di Sorrento e si barrica nel suo feudo per sottrarsi ai processi; si spaccia per salvatore della patria, mentre fa terra bruciata, distrugge ponti, e avvelena i pozzi. E soprattutto gli animi. Perché, nonostante la sua insolente spregiudicatezza, sfrontata determinazione, e sicumera da bar sport, l’aspirante caudillo – sotto sotto – è un po’ vigliacco. Se non avesse l’arroganza dei soldi sarebbe solo un patetico Mr. Witwould qualsiasi. 

Venendo alle condizioni in cui si trova il paese dopo il suo ventennio, però, non si può non ammettere che una buona parte di responsabilità sia anche nostra. Che, in fondo in fondo, ognuno di noi abbia la sua dose di colpa, e almeno un gemello “dentro” che non vorrebbe o non dovrebbe ascoltare e ospitare. Per il momento limitiamoci a immaginare cosa riserverà il futuro al nostro eroe. Nessuno può dirlo con sicurezza. Certo che di stronzate ne abbiamo ascoltate e sopportate tante. Troppe. Da ultime: la restituzione dell’IMU e i quattromilioni di posti di lavoro. Manca solo che trasformi la crisi in percezione, rigiuri che sconfiggerà il cancro, ci riveli – con la sinistra ironia della iena maculata – che Lui e il Creatore sono culo e camicia, fors’anche sinonimi… cos’altro ci toccherà mai sentire ancora? Ma soprattutto, cosa abbiamo fatto di tanto tremendo da meritare un simile castigo? E, nel caso, fino a quando dovremo espiare?

Se mai qualcuno dovesse risentirsi per i giudizi sull’Unto, potrei cavarmela con l’aforisma di Balzac: “Dietro ogni grande ricchezza…” Ma preferisco rimandare direttamente al poeta corsaro: “Io so…”

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M’è scesa la catena! 1

QUESTI VACCINI SONO STATI UN NECESSARIO – ANCHE SE MOLTO APPROSSIMATIVO – STRUMENTO EMERGENZIALE, MA CONTINUARE SU QUESTA STRADA SAREBBE DIABOLICO.

Oggi mi sono sottoposto alla terza dose di vaccino: il booster! Non perché sia convinto dell’efficacia degli attuali “vaccini”, ma  perché, in caso contrario, questo Stato mi avrebbe tolto ogni libertà di movimento. È di oggi la notizia che i pensionati non possono recarsi alle Poste per ritirare la pensione (ci vuole un sadico o un subnormale per concepire simili cazzate). L’unica cosa che sono convinto possa proteggermi davvero dal Covid resta ancora  la mascherina. L’ipotesi di una quarta, di una quinta, e magari una sesta dose, magari obbligatoria…mi sembrerebbe un’offesa all’intelligenza, e soprattutto un attentato alla salute. Oltre che alla libertà. Credo che oggi siano in molti a pensarlo. Ben più qualificati di me. Consiglierei quindi ai nostri politici di stare in campana, perché se è vero che il benessere rende pigri e ottunde la mente e per fare la rivoluzione ci vuole la rabbia della pancia vuota, per rompere delle teste o cominciare a sparare basta che a qualche comune cittadino come me scenda la catena*.

* “Adesso mi è proprio scesa la catena” dicono in Emilia, ovvero: ho esaurito la mia capacità di sopportazione; ma anche : mi sono rotto i coglioni e tutto questo non lo sopporto più!

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“Serve una persona di alto profilo” Ma va?

Non dovrebbe essere il minimo sindacale?

Solo chi ha la coscienza sporca e crede di rivolgersi a una massa di cretini può sentire il bisogno di sottolinearlo ogni tre per due. Oltretutto, se aggiungiamo a tale straordinaria rivelazione la parola “moralità” – non necessariamente specchiata – e magari anche la formuletta super partes – o non troppo di parte – pochissimi profili dei papabili superano il test della “prova finestra”, rispondendo all’identikit del presidente di una repubblica democratica degna di tale definizione.

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A rotta di colle.

Dopo aver distrutto la credibilità del parlamento, una manica di imbecilli si accinge a distruggere anche quella della presidenza della repubblica. Vergognoso.

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Una storia bonsai della tivù,  per non dimenticare. (scritta una ventina d’anni fa ) 

La televisiun la t’endormenta cume un cuiun. 

Tre gennaio 1954. La televisione entra nella nostra vita.
Prima nei bar, nei circoli, nei dopolavoro. Poi nelle case. Spesso quelle dei vicini. Così come il cinema, la televisione ha un suo specifico: la diretta. Non tutti se ne accorgono. In genere si guarda senza consapevolezza. Sembra un piccolo cinema. Un’altra lanterna magica. Un altro modo di stupirci. Un altro modo di narrare. Di raccontare mostrando. Di guardare il mondo non visti. Tutto filtrato in bianco e nero.

Non si fa caso più di tanto ai generi. Si assiste passivi allo spettacolo che va in onda. Con occhi un po’ ingenui. Di bambini. Tutt’al più si partecipa tifando Longari e Nazionale. L’Italia tutta si stringe attorno al Giro. Sanremo diventa Capitale. Si piange per La Cittadella. Si ammutolisce per la morte di Kennedy. Ci si dispera per Vermicino. Ma nulla più. Tutto in famiglia.
La TV cresce. Noi con lei. Lei si diffonde. Noi procreiamo. Anche se, da quando c’è lei in tinello, in modo meno casuale. A volte ci insegna. Noi impariamo. Un po’ nonna. Un po’ mamma. Un po’ balia. Un po’ maestra.

Arriva il giorno che anche i fiori fanno figli. Poi soffia il’68. Sempre più forte. E corrono i giovani ribelli. Marciano gli operai.
Un piede sulla terra, un’orma sulla luna. La testa tra le nuvole. Il cuore oltre lo steccato. La Televisione è spesso là dove serve.

Arrivano i ’70. Fischiano le pallottole. Fischietta l’ultimo garzone del fornaio. Sono solo canzonette. Il decennio finisce in tragedia. La Televisione è testimone.

Ma l’etere è un territorio grande, immenso, sconfinato. E c’è chi pensa di sfruttarlo per benino.
Arriva al trotto. Ha in testa pochi capelli ma un’ idea meravigliosa. Alle spalle, una vita spericolata. Al suo fianco, la politica. In petto, un ego straripante. Parla di audience, share, format e vattelapesca. Cavalca il colore. E ci introduce al mondo dell’abbondanza. Al Paese di Bengodi.
Elargisce ad ogni ora, a piene mani: sogni, illusioni, denaro. Svolge una funzione sociale, fornendo alla casalinga frustrata un’alternativa alla bottiglia del Fernet. Scalza a poco a poco la famiglia, minaccia la scuola. Condiziona la mente di intere generazioni. Inizia la partecipazione di massa. Apre le porte di studi, trasmissioni, programmi ai diseredati.
Inaugura il Sogno Italiano. Strizza l’occhio alle signore Maria, ragionieri Rossi, apiranti Elvis e veline in erba di tutta Italia. Recupera e fidelizza vecchie glorie sul viale del tramonto e un piede nella fossa. Plagia frotte di imprenditori, grandi e piccoli, garantendo ai loro prodotti le luci della ribalta televisiva.

Zitto zitto, l’uomo a cavallo acquista riconoscenza, accumula consenso, e una corte da far invidia al Re Sole. In gran parte leccapiedi, psicolabili, donnine allegre, opportunisti e mediocri arrivisti. Combatte il monopolista; frena la concorrenza, infiltrando ovunque quinte colonne; fa man bassa del mercato della pubblicità. Inizia la gara degli ascolti. Inizia il processo di omologazione dei programmi. Dove si osa sempre di più. Si gioca a superarsi. Andare oltre. Sempre più giù. Calpestando tutto. Valori, credenze, tradizioni, insegnamenti, etica, dignità, decenza, buongusto e buonsenso. E noi partecipiamo passivi, acritici, col sorriso sulle labbra. Corriamo a tutta velocità, ebbri di etere. Finalmente abbiamo un modello da seguire!

Attraversiamo d’un sorso la Milano da bere e via! Verso nuove avventure.
Da osservatorio del mondo, la Televisione diventa lentamente l’occhio del Grande Fratello. Spia le nostre abitudini, i nostri tick, le nostre debolezze, i nostri vizi, le nostre case. Fruga nel nostro corpo e nella nostra mente. Entra in sordina, addormenta l’emisfero sinistro, presidia e blandisce quello destro. La televisione ci guarda! Noi che guardavamo non visti il mondo scopriamo – con disappunto- che il mondo guarda noi. Mentre una voce ci grida: è Sua Emittenza, bellezza! E un’altra, più flebile, ribatte: è davvero ciò che merita un Paese civile? E tu ti chiedi: è questa la società che immaginavo da ragazzo?

C’è un uomo solo al comando: ma purtroppo non è Fausto Coppi. L’Italia si sfascia. Lingua e Televisione non possono più tenere insieme i cocci.
L’uomo a cavallo ha innescato il processo che ha fatto degenerare non solo le sue Reti – e passi – ma sta mutando geneticamente anche le nostre. E questo non può passare!
Il cavallerizzo vuole cavalcare – senza averlo pagato- anche il cavallo di Via Mazzini. Bisogna fargli capire che non è roba sua.
Che la Rai torni ad essere servizio pubblico, e non semplice ripetitore di Mediaset. Se proprio smania, suggerisce un bambino, cavalchi un dondolo!

Dopo essermi permesso di citare i versi di Jannacci, ricordo l’esortazione di Howard Beale, in Quinto Potere, che invita ad aprire le finestre e gridare : sono incazzato nero, e tutto questo non lo tollererò più!

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Congedarsi da fb. Senza lasciare tracce a fottuta memoria.

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Il gioco delle pulci vale quanto la poesia?

Per rispetto della vostra intelligenza, ma soprattutto della vostra sensibilità, non starò qui a riassumervi o commentare il contenuto di questo prezioso libretto. Quando si può avere facilmente il tutto, fruire direttamente dell’originale, perché passare attraverso il giudizio di intermediari, o accontentarsi di copie, o sintesi. Personalmente le recensioni – se le leggo – lo faccio a posteriori. Così come, se appena posso, la Gioconda me la godo al Louvre. E un pezzo me lo gusto dal vivo.

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L’uomo che doveva stare attento a come parlava.

“Turn negative into positive”

E tutti vivranno felici e contenti.

Nei primi due mesi giocava in silenzio con i suoni.   Li ascoltava. Li accompagnava con lo sguardo pieno di meraviglia. Tentava di afferrarli. E loro vagavano inconsapevoli nell’aria. Come polline. Batuffoli primaverili portati dal vento. Verso i quattro mesi era tutto un rincorrersi scomposto di: ma ma… da da… ha ha… ja ja… ga ga… va va… Verso gli otto un susseguirsi di: bumba bumba… nghè nghé…  grr grr… Suoni che cominciavano ad articolarsi. A prender forma. Anche se spesso perfino i decifratori della Stele di Rosetta si sarebbero trovati in difficoltà.

Gianluca attraversò quel periodo che gli specialisti chiamano lallazione come Beep Beep semina Willy il Coyote. Mentre, nel frattempo, mamma, papà, nonni, parenti tutti, conoscenti e amici si esibivano, come tanti minorati, in mille ghiro ghiro… cette cetteteamme amme… brum brum… fiu fiu … e altre amenità del genere. Rinforzate, a prova di cretino, da quella mimica che non deponeva certo a favore dell’homo sapiens-sapiens. Ma sembrava piuttosto appartenere al rustico repertorio dell’homo demens-demens. E lui li guardava con un misto di commiserazione e orrore. Con quegli occhioni sbarrati. Che passavano con una rapidità missilistica da sognoosondesto a mammaliturchi. Talvolta si metteva a strillare come un ossesso e tirava cazzotti a destra e a sinistra. Tanto che il nonno, colpito da un uppercut, venne ricoverato per commozione cerebrale e prognosi molto riservata.
Tutti, in famiglia, avrebbero voluto che questo periodo durasse il più a lungo possibile. Per egoismo. Puro divertimento. Per godersi il pupo fino in fondo. Per renderlo, senza malanimo, un infelice per tutta la vita.  Per recitare almeno fino alla soglia della maggiore età in questo teatrino dei tonti ma felici. – Sono così carini a questa età… peccato che poi diventino grandi… allora si trasformano, diventano dei sandroni. – Dicevano tutti.
Per fortuna lo spettacolo finì presto. Gianluca non gli diede molta soddisfazione.  La sua fu una lallazione interrupta. Non si sa se per predisposizione genetica, o volontaria fuga da quell’ insostenibile e imbarazzante situazione.

Esordì nel mondo dei grandi senza molta fantasia: – Cacca – urlò. Ne fece così tanta che avrebbe potuto seppellire insieme l’orso Yogi, Bubu, e la Fiat Marea del babbo. – Non si fa – gli disse la nonna con affetto. Tutta compiaciuta, chissà perché, di quell’improvviso bendidio. – Non sta bene fare tanta caccona! –  E Gianluca rispose: – Ci, caccona! Caccona! –scodellandone un’altra zuppiera. Tanto che la mamma si spaventò e, mentre controllava che non avesse ingoiato tutta la scatola del Rim, disse a bassa voce:  – Speriamo adesso non ci faccia anche pipì! –  E  Gianluca, che oltre ad una particolare predisposizione a fare le cose in grande, aveva anche un udito assai fine, colse la palla al balzo e urlò tutto intrippato: – Pipì, pipì! –  E pipì fu. Tralascio i dettagli.

Procedeva veloce nell’acquisire familiarità con le parole. La sua pronuncia era perfetta. Tanto che il nonno, tornato dall’ospedale, diceva: – Diventerà uno speaker della televisione… o un grande doppiatore!  – Perché non un attore? – interveniva zia Adele, una zitella di lungo corso, da anni in naftalina  – Mica ci starebbe male un Marlon Brando in famiglia.
In questa atmosfera di grandi sogni e sconfinate speranze, l’unico ad essere un po’ cupo e pensieroso quando si parlava della  facilità di apprendimento di Gianluca  era papà Alfredo. Così come Gianluca concepiva le cose in grande, lui possedeva un acuto e insolito spirito di osservazione. Aveva notato più volte che molte parole pronunciate da Gianluca avevano un seguito. Una conseguenza. Positiva o negativa, secondo la parola. Non sembrava preveggenza. La pura enunciazione pareva provocare accadimenti in stretta relazione con la parola. Almeno otto volte su dieci. Forse dipendeva dal coincidere di una serie di circostanze. Dall’umore.  Dal tempo. Chissà.
Si ricordava con terrore il giorno in cui aveva detto: – Balcone no… no balcone… – indicando il balconcino del soggiorno. E il balcone dopo un po’ era crollato. Probabilmente se avesse detto: – Balcone si… – adesso avrebbero potuto continuare a uscire e godere della bella vista sul parco. Ciò che distingueva Gianluca da un Giona qualsiasi  era che, se pronunciava una parola in senso positivo, si verificava, otto volte su dieci, per par condicio, un fatto positivo.  Altra cosa che papà Alfredo aveva notato era che il raggio d’azione di questa mina vagante era piuttosto ravvicinato. Non produceva effetti a distanza. Solo a vista.  Nella sfiga, erano davvero fortunati.

Gianluca cresceva. Gli eventi si succedevano alternando momenti di letizia a momenti di panico. Ormai tutti in famiglia sapevano. Erano consapevoli di questa dote innaturale. Per fortuna si era cercato di contenere i danni. La collezione di statuine di Capodimonte era stata portata in solaio. I nonni, in presenza del bambino, nascondevano la dentiera. Il televisore era stato messo nel ripostiglio e lo guardavano a turno. Raccontandosi, quando uscivano, l’antefatto.  Così che ogni programma diventava un sequel. Il lampadario in sala era stato smontato, imballato, e portato in soffitta. Insomma, sembrava un appartamento visitato in continuazione dall’ ufficiale giudiziario. Inutile dire che, ormai lo avrete capito, era una vita difficile. Per fortuna, dopo il balcone, con tutte queste cautele, riuscirono ad evitare danni rilevanti. Solo Ninetta, la colf, riportò gravi conseguenze. Un giorno che stava confessando a mamma Giulia di essere incinta e che voleva abortire, Gianluca mise dentro la testa: – Che bello… bambini. Tanti bambini! – esclamò. E Ninetta ebbe un parto quadrigemino. Tanto che dovette licenziarsi per badare alla prole.
Ma a tutto si fa il callo e Gianluca era un bambino davvero fortunato. Lo amavano tutti senza se e senza ma. Forse lo amavano di più proprio perché c’era questo piccolo problema.  Le sue uscite erano centellinate. Era più facile fosse portato a spasso di notte, dopo avergli fatto indossare degli occhiali da sole. Chi era con lui non smetteva mai di parlargli, cercando di trovare argomenti innocui che gli facessero volgere lo sguardo verso zone neutre. E in ogni caso i discorsi erano tali da ispirargli solo parole positive. Ma anche qui bisognava stare attenti. Il confine era molto sottile. Un pomeriggio che Alfredo lo aveva portato ai baracconi, Gianluca, adocchiato l’uomo dei palloncini, lo aveva guardato con estatica meraviglia esclamando: – Vola, vola! – E l’uomo lentamente aveva cominciato ad alzarsi da terra. Per fortuna Alfredo, uomo di grande presenza di spirito, si era tuffato e lo aveva placcato. Al volo. A quattro anni non fu mandato come tutti i bambini all’asilo. Suore volonterose e pie venivano a fargli lezione a casa.

Si faceva voler bene da tutti Gianluca. Era allegro, esuberante, e di buon carattere. Un bambino d’oro. Ma a scuola dovette andare. I suoi non potevano permettersi lezioni private fino alla fine degli studi. Università compresa. Per questo avevano cercato di disinnescarlo con una lenta, assidua preparazione. Era tutto un rincorrersi di:
– Gianluca stai attento alle parole!
– Gianluca dì sempre  parole positive!
– Gianluca misura le parole!
– Gianluca pensa prima di aprir bocca!
– Gianluca cerca di volgere tutto in positivo!

“Gianluca stai attento a come parli” era la frase che lo avrebbe accompagnato negli anni a venire. E Gianluca, da buon figliolo obbediente, seguiva alla lettera ogni indicazione. Ma era pur sempre un bambino. E ogni tanto qualcosa sfuggiva al suo controllo.
Gianluca era un bambino buono e generoso. E quando vedeva un compagno che si faceva male ci metteva una buona parola. E la ferita si rimarginava. Alfredo e mamma Giulia erano preoccupati. Non volevano che loro figlio diventasse uno di quei guaritori che si guadagnano la vita facendo miracoli. Avrebbero di gran lunga preferito per lui un sobrio anonimato. Cosa assai difficile, vista la situazione. E allora un giorno andarono nella sua stanzetta e gli dissero con tono amorevole: – Vedi, Gianluca, se il Signore avesse voluto che nessuno si facesse male, ci avrebbe pensato lui… e invece ha messo le cose in modo che incidenti e malattie siano fatti normali, facciano parte della nostra vita.  Sappiamo che sei un bambino generoso, ma devi cercare di seguire le regole del mondo. Così come non devi pronunciare parole negative, dovresti cercare di non metterti in mezzo e rispettare la volontà di Dio. – Gianluca aveva capito e, anche se un po’ a malincuore, si adeguò. Sentiva che i suoi genitori agivano per il suo bene. Si fidava ciecamente.
Non ebbe grossi problemi fino alle medie. Riusciva a evitare conseguenze in tutte le materie.  Tranne Storia. La Storia era un vero calvario. Come si faceva con tutte quelle guerre, tutti quei morti ammazzati a evitare di pronunciare certe parole. Era un vero e proprio terreno minato, dove le mine erano più del terreno. Sudava freddo ogni volta che era interrogato. E ci dava di slalom, di circonlocuzioni, di metafore, di sottintesi, di aumma-aumma, di gesti a non finire. Un mimo gli avrebbe fatto un pippa. La tragedia fu sfiorata in seconda media. Quando l’insegnante, un po’ distratta, gli chiese se si ricordava la famosa frase di Giuseppe Garibaldi. Tutta la classe ebbe un sussulto, la profe, accortasi della gaffe a scoppio ritardato, impallidì mordendosi labbra e mani. Fra i compagni chi si fece il segno della croce, chi cominciò a pregare, chi fece testamento, chi schizzò dietro la lavagna, chi si chiuse negli armadietti, chi riuscì a trovare la via di fuga dalla finestra. Gianluca prima rimase sorpreso, poi pensò che non si poteva più tirare indietro e, dopo un bel respiro, con grande sprezzo del pericolo cominciò: – Allora Garibaldi disse… disse… con voce ferma…  decisa…  eeee (cercava di prendere tempo per consentire ai compagni di trovare una via di scampo)… disse : qui si fa… l’Italia… o… o… – la profe intanto, finita sotto la scrivania, stava tremando come una foglia – qui si fa l’Italia o…. o… sono cazzi!!! – Concluse tutto soddisfatto. La soluzione non era propriamente da Monsignor della Casa, ma in ogni caso, bisogna riconoscerlo, brillante. Tutti tirarono un sospiro di sollievo e gli offrirono pasticcini e bibite per una settimana intera.

Arrivò senza grandi problemi all’età dello sviluppo. Gli ormoni cominciarono il loro sturm und drang. E con loro arrivò il desiderio. Cominciò a guardare l’altro sesso con un trasporto diverso. A vedere la cosa sotto un’altra luce. Soprattutto cominciò a capire il senso della frase  “chiedete e vi sarà dato”. Eccome se lo capì. Gli bastava pronunciare alcune parole e non c’era ragazza che potesse resistergli. Per non rendere la sua vita una prigione, papà Alfredo stavolta fu meno drastico. Gli disse semplicemente di non esagerare. Di pronunciarsi non solo quando l’ormone chiamava, ma quando sentiva un po’ di trasporto, quando c’era anche un po’ di sentimento. Perché, se no, era sleale, visti i suoi poteri. E l’onestà prima di tutto. E poi dove lo metteva il piacere della conquista? Gianluca avrebbe saputo dove. Ma era educato e così, un tantino recalcitrante, mandò giù anche questo. Seppur con moderazione. Perché lui di sentimento ne aveva da vendere.

Inutile dire che la prima giovinezza fu il periodo più bello. Finito il liceo, entrò all’università. Anche questi furono anni di grandi soddisfazioni. Nell’ateneo c’erano tante ragazze da perderci la testa: Gaudium  SuperMagnum! Laureatosi con il massimo dei voti, pensò sarebbe stato opportuno, per la sua salute, prendersi una vacanza, un  lungo periodo di riposo. Rispose con prontezza alla chiamata alle armi. La sua fama però lo aveva preceduto. Alla visita di leva ci fu un lungo, lunghissimo consulto. Non riuscivano a trovare un motivo valido per riformarlo. E così, per ridurre il rischio, decisero di metterlo in fureria. Lui aveva chiesto Perdas de Fogu, alla base missilistica. Lo mandarono sul Carso. Tra falesie rocciose, muschi, e bianchi bucaneve. In una base sperduta, dove erano cinque in tutto. Lui, un sardo, due bergamaschi, e un altoatesino. Tutta gente coriacea. Temprata come l’acciaio. Che avrebbe riportato meno danni, se mai gli fosse sfuggita qualche parola inopportuna. Non si verificarono incidenti di particolare rilievo. Gianluca era ormai un esperto nell’arte del pensiero positivo, dell’eloquio misurato. Un vero funambolo del metalinguaggio. Solo una volta, mentre erano tutti in fila su di uno stretto sentiero e procedevano lentamente, carichi come somari, inciampò e si lasciò sfuggire fra le tante cose: – brutta roccia di merda! Tu possa…
La terra cominciò a tremare.  Dal crinale si staccarono enormi massi calcarei. E tutti, armi e bagagli, rotolarono giù per il pendio insieme alle rocce. Il sardo si piantò dritto dritto in una  grossa boascia carsica. I due bergamaschi finirono ambedue abbracciati ad un albero. L’altoatesino volò lungo_disteso in groppa alla mucca autrice della boascia di cui sopra. E lui, dopo aver raccolto fiori col sedere per più di cinquecento metri, si arrotolò più volte attorno ad una staccionata.   Ma cosa volete che sia di fronte all’Eruzione del Vesuvio, al Terremoto di Messina, al Diluvio Universale.

Tornato alla vita civile, dopo mesi di astinenza, rispolverò in tutta fretta quella frase biblica che tante soddisfazioni gli aveva dato in passato. E riguadagnò il tempo perduto. Un bel giorno, come succede a tutti i comuni mortali, incontrò una ragazza che gli mise le briglie al collo. Gianluca mise la testa a posto. Dopo aver fatto per qualche mese l’interprete a Bruxelles, finalmente trovò un impiego di tutto rispetto. Conforme con la sua specializzazione in Fisica delle particelle e campi magnetici. Fu assunto presso il CERN di Ginevra. Come controllore di quella parte dell’acceleratore dove avrebbe dovuto materializzarsi la particella di Dio. Ormai era un uomo affidabile. La sua soglia di vigilanza altissima. Supercollaudata.

Un giorno, a Milano, mentre stava facendo retromarcia, toccò leggermente col paraurti posteriore l’auto alle sue spalle. Immediatamente scese e si trovò di fronte un energumeno che, tutto paonazzo, si stava gonfiando prima di esplodergli in faccia la sua rabbia. Gianluca, per evitargli un colpo apoplettico, cercò di precedere il suo imminente sfogo verbale.
Mi scusi, non era mia intenzione rendere la sua auto meno bella… d’altronde, guardi, non mi pare ci sia nulla. In ogni caso sono assicurato.
Apriti cielo! Nel suo parlare un po’ strano all’uomo parve di  percepire, tra le righe, una sorta di sfottò.  Fu la goccia che diede la stura al suo sfogo. Cominciò ad investirlo con una sfilza di male parole, che durò  quasi dieci minuti. Sembrava un fiume in piena che avesse sfondato tutti gli argini. Alla fine concluse con il solito repertorio dell’ italiota cretinetti: – Lei non sa chi sono io! Badi bene a come parla! – A quest’ultima frase, che aveva accompagnato Gianluca per più di un quarto di secolo come un precetto, un motto, una massima, istintivamente, senza pensarci su due volte, raccogliendo tutte le sue forze, con freddezza inglese, gli sferrò un secco pugno sul naso.  Sarebbe bastato che avesse pensato a suo padre, che avesse contato fino a dieci, tirato fuori una di quelle circonlocuzioni in cui era maestro. Tipo: – La vuole cortesemente smettere… se lo vada a prendere là dove non batte… – E sarebbe finita lì. Invece no. Per la prima volta nella sua vita perse la pazienza.
Probabilmente era arrivato il momento della sua guarigione. Forse Dio aveva pensato avesse già dato abbastanza.

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Un 2022 di consapevolezza. Auguri!

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dicembre 23, 2021 · 7:39 PM

Detto che non nutro particolare simpatia per la parola “patriota”, cerchiamo almeno di usarla in modo appropriato. E non a cazzo!

Sandro Pertini, Presidente della Repubblica 1978 – 1985.

Silvio Berlusconi, Gran Profittatore della Repubblica 1936 – 2022.

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Ci sono fiabe per piccini, e fiabe per grandini.

Il grande manutentore.

Avere cura del mondo
è un po’ avere  cura di noi stessi.

Suiish… suiiissh… suiiiisssh… la pialla scivolava leggera lungo il telaio della vecchia e malandata finestra, che  sembrava gemere di piacere distesa sui due possenti cavalletti di quercia. Nel suo ampio scorrere, lieve come l’andirivieni di un’altalena, liberava nell’aria  minuscoli trucioli che scendevano a rallentatore. Erano passati sei lunghi anni dall’ultimo restauro. E adesso, entrata da tempo nella sua terza età, si abbandonava alle amorose cure di Sebastian, che l’avrebbe restituita di lì a poco ad una umile ma dignitosa vita. Alla  funzione di prodiga dispensatrice di aria e tenace barriera contro le intemperie.

Sebastian era nato più di cinquant’anni addietro in una modesta famiglia che viveva alla periferia di una piccola città. Oggi era un affermato imprenditore. Dalla sua fabbrica usciva un prodotto unico al mondo.  Nessuno, nonostante i tentativi dei migliori cervelli del pianeta, era ancora riuscito a copiarne o  replicarne la funzione seppur  lontanamente. Ma di questo avremo  modo di parlare in seguito.

Fin da bambino, Sebastian, dopo aver attraversato d’un balzo il periodo “distruttivo” in cui – specie i maschi – sventrano e sbudellano con piglio sadico ogni cosa che passa loro per le mani, presi da una pulsione esplorativ-cognitiva, raggiunse assai prima degli altri  quello stato di grazia che  si chiama “rispetto delle cose”. E che porta, o almeno dovrebbe portare come conseguenza diretta, al rispetto dei propri simili.  Nei casi più felici, di tutti gli esseri viventi e del mondo circostante.
Non che la curiosità per i misteriosi meccanismi e le fantasiose architetture che gli oggetti celavano lo avesse abbandonato del tutto, ma era stata ampiamente superata dal piacere di godere della loro funzione. Ogni oggetto, dal più semplice al più complesso, dal più umile al più prezioso, aveva una sua sacralità che non andava violata. Anzi andava preservata: manutenendolo e serbandolo integro il più a lungo possibile. Solo così avrebbe adempiuto nel tempo alla sua funzione. Anche se  puramente estetica. Insomma, Sebastian conosceva l’importanza del rispetto. Non solo per le persone ma anche per le cose.
In parte  questo derivava dall’insegnamento dei genitori. Non perdevano occasione per ricordargli che le relazioni umane andavano alimentate e manutenute  come il bene più prezioso. E, per quanto riguardava le cose, dal fatto che in casa  c’era penuria di tutto, in particolare di giocattoli. Per cui il poco che entrava era  conservato con particolare riguardo.  E infine, e questa era la ragione principale, perché era fatto così. Per quel misterioso motivo per cui uno nasce buono e uno cattivo. Uno avaro e uno  generoso. Uno tonto e  un altro sveglio.

Suo padre e sua madre si tiravano il collo da mattina a sera per procurarsi quel tanto che  potesse  sfamare cinque  bocche,  vestirle e  farle studiare. Una vita sobria e dignitosa. Molto essenziale. Le cose più utili erano un lusso. Figuriamoci il superfluo! Oltretutto quel poco di extra che entrava in casa era di seconda, terza, spesso quarta mano. Spessissimo di recupero. Per cui, nove su dieci, richiedeva un accurato restauro. Basti pensare agli interventi sui vestiti che dovevano servire diverse generazioni: dal più grande al più piccolo; o  a quella bicicletta trovata abbandonata nella scarpata della discarica che, con l’aiuto di suo padre, Sebastian aveva rimesso a nuovo e  teneva con una cura inconsueta per un bambino. Di tanto in tanto oliava la catena, registrava i freni, cambiava un raggio, serrava i mozzi, rappezzava i copertoni… insomma: la manuteneva. Senza morbosità o attenzione maniacale. Solo quel tanto, spesso poco ma fondamentale, che richiedeva per non decadere. Sì, sembrava proprio che Sebastian conoscesse più di ogni altro suo coetaneo  il valore delle cose. La fatica che la maggior parte della gente doveva fare per procurarsele. Ma probabilmente si trattava soltanto, come ho già avuto modo di dire, di un atteggiamento istintivo.  Innato.

Un giorno, di ritorno da scuola, si fermò attirato da una piccola insegna di latta verde, con  fregi floreali e scritte in oro che dicevano:  Mastro Ramirez ridà la vita ad ogni oggetto. Fu colpito da quella frase, ma soprattutto da quell’articolo “la”. Era un bambino intelligente e sensibile: quell’articolo “la”, prima della parola vita,  dava al tutto un significato più profondo. Esistenziale, avrebbe detto, se solo fosse stato più avanti con gli studi. Comunque, l’importante fu che ne percepì il senso.  Attraversò la via e si trovò davanti ad una piccola vetrina. Sapete una di quelle che non arrivano  a terra.   Come una finestra, solo un po’ più  larga. Dentro c’erano alcuni oggetti vecchi, ma dall’aspetto integro. Una fisarmonica dall’imponente e vistoso corpo  di madreperla rosa. Una vezzosa lampada liberty, con il suo  paralume multicolore come i vetri delle cattedrali. Un orologio a carica manuale, incastonato tra due putti di ottone con tanto di arco e freccia, sotto una grande campana di vetro ben restaurata. Una bambola con una testa tutta boccoli dorati e le gote rubizze leggermente segnate dal tempo. E infine, proprio davanti, in basso, una locomotiva di latta nera e verde, con lievi ammaccature ben riprese, e una chiavetta con due enormi “orecchie” a sventola che usciva da un fianco.  Una targa a lato indicava che si entrava dal cortile interno.  Varcò il portone, percorse l’androne, girò a destra, e si trovò davanti ad una porta a vetri. Senza pensarci su due volte, irresistibilmente attratto da una forza misteriosa, l’aprì: un leggero scampanellio inondò la grande stanza dalle pareti completamente bianche.
Nell’aria c’era un leggero odore di colla, vernice, acqua ragia, misto a olio paglierino, aceto, e limone. Nonostante fosse piena zeppa, ovunque regnavano  ordine e pulizia. Il bancone che gli stava di fronte era così alto che non riusciva a vedere al di là. Appoggiata al bancone una cliente stava parlando con un vecchio. Era magro, alto, brizzolato. Il viso aveva lineamenti fini.  Un paio di occhialini tondi con la montatura dorata gli incorniciava due occhi azzurri, profondi come il mare. Più che un artigiano sembrava un professore. Autorevole e distinto, ma non severo. Proprio così: avrebbe potuto essere un insegnante delle superiori, non fosse stato per quel grembiule nero da bidello di scuola. Per un attimo l’uomo guardò Sebastian, accennò un sorriso, poi tornò a rivolgersi alla cliente: un’elegante signora della buona società. Parlava a raffica con voce un po’ chioccia. E, da come si esprimeva, non doveva certo essere un mostro di simpatia, pensò Sebastian. Tra i due c’era una scatolina di un bel legno intarsiato, col coperchio aperto. A malapena, allungandosi un po’, Sebastian riuscì a intravvedere una ballerina con tanto di tutù e scarpette bianche. Sembrava proprio…ma sì, era un carillon! Finalmente la donna interruppe quel flusso scomposto di parole e se ne andò, lasciando una lunga scia di profumo che turbò l’atmosfera della stanza e i suoi caratteristici odori. L’uomo richiuse la scatola e scomparve. Dopo un attimo tornò, e sporgendosi dal bancone:  Allora giovanotto…cosa posso fare per te?
La domanda era di circostanza, perché aveva capito benissimo che Sebastian era stato spinto da qualcosa che andava  ben oltre la semplice curiosità. Ma si disponeva a scoprirlo poco a poco. Anzi, voleva che fosse il bambino a dirlo, dopo averlo messo bene a fuoco lui stesso. Perché al momento sembrava in preda ad una sorta di magia. Stregato da quel mondo. Da tutto quel bendidio che eccitava la sua fantasia.
Sebastian si guardava attorno estasiato, senza articolare un suono. Tutto preso a ispezionare ogni oggetto nelle vetrinette di fronte al bancone. Non ne aveva mai visti così tanti tutti insieme, e soprattutto così diversi, da quando era nato.  L’uomo, che doveva essere il Mastro Ramirez dell’insegna, tirò verso di sè lo sportello a molla del bancone e gli fece cenno di entrare.
Io sono Ramirez… Augusto per gli amici… e tu?
Io… io mi chiamo Sebastian. Sebastian per tutti!
Bene, Sebastian… quel giovane seduto laggiù, vedi quello che sta incollando il braccio alla statuina di Santa  Teresa… lui è Pedro.
Pedro, tutto intento in quell’operazione, non fece una piega. Non per scortesia, ma perché ogni volta che iniziava un lavoro veniva preso, come suol dirsi, anima e corpo. Si estraniava dal mondo. Completamente rapito. Poteva crollare il palazzo che non avrebbe fatto una piega.
– E’ un bravo ragazzo …-  si sentì in dovere di aggiungere Ramirez – Diventerà un bravo artigiano. Forse meglio del suo maestro, se avrà la costanza di continuare su questa strada… – Poi, appoggiandogli una mano sulla spalla  – E tu dimmi, Sebastian, cosa fai, cosa to interessa, oltre a giocare alla pelota coi tuoi compagni? – Sebastian, istintivamente, senza pensarci su: – Mi piacciono gli oggetti… un po’ tutti, prendermi cura di loro e, quando serve, ripararli. – Me lo immaginavo. Appena ho visto come scrutavi ogni cosa mi sono detto: questo ragazzo è dei nostri! Gli si legge in faccia! Adesso ti faccio vedere alcuni oggetti che abbiamo restituito a nuova vita e di cui siamo, Pedro ed io s’intende, particolarmente orgogliosi.
Tutt’un tratto, Ramirez aveva assunto un’aria ufficiale. Professionale. Una via di mezzo tra  un rappresentante di preziosi e una guida del museo comunale.
Questa macchina per il caffè espresso è quella del Bar di Piazza Major. Abbiamo dovuto smontare la caldaia di rame, otturare un foro, e saldare  a stagno una piccola crepa. Poi, il portacaffé… era caduto e l’impugnatura si era spezzata in due.
Afferrò il pezzo, lo avvicinò al viso, alzò gli occhiali sopra la fronte, e con lo sguardo percorse la superficie di bachelite a riprova che non si vedeva più la giuntura.
Abbiamo inserito fra i due tronconi un’anima di metallo e li abbiamo uniti, incollati e lucidati… ed ecco qua, come ti sembra?
– Perfetto! – disse Sebastian, sgranando gli occhi.
Questa macchinina a pedali vorrebbe assomigliare a una De Soto… insomma, con un po’ di fantasia… comunque: sono stati saldati questi due tiranti della pedaliera ed è stata completamente stuccata e riverniciata con due mani di rosso, sopra uno strato di antiruggine. Appartiene al figlio di un notaio. È qui, pronta per essere ritirata, da  alcuni mesi. Forse se ne è dimenticato. Capita a chi ha troppo. Peccato!
Sebastian era colpito, più che dall’oggetto, dalla cura e precisione con cui l’auto era stata rimessa a nuovo.
Ed ecco il barometro della Signorina Vazquez, quell’ anziana maestra leggermente claudicante che probabilmente  conosci.  Le era caduto dal buffet… la donnina con l’ombrello si era staccata, mentre il budello di pecora che reagisce alle variazioni del tempo si era spezzato.  Disperata fino alle lacrime, continuava a ripetermi: – Sa, è un souvenir della Svizzera, un souvenir della Svizzera! Povera me! – Per la donnina… è stato un gioco da ragazzi… una goccia di mastice speciale e via. Quanto al budello, abbiamo avuto il nostro bel da fare a recuperarne un altro.  Come potrai immaginarti a volte non si sa come venirne a capo, ma poi basta spremersi le meningi che si aguzza l’ingegno e… questo è il bello del mestiere! – disse, pronunciando l’ultima frase con tono appassionato.
E adesso, squillino le trombe: il nostro capolavoro! – esclamò, con gli occhi che gli brillavano, indicando con tutte e due le mani aperte un vecchio registratore di cassa meccanico. Di quelli con il corpo in ghisa color argento, pieno zeppo di fregi floreali in rilievo, che Ramirez definì con una certa enfasi “ramage”, invitando Sebastian ad avvicinarsi per osservarli da vicino. Sebastian annuì, facendo finta di aver capito quella strana parola che veniva da chissà dove. – Questa Caixa Registradora National è del grande magazzino di Calle Gutierrez. Un giorno si è bloccata. Non ne voleva più sapere di battere un prezzo. Hanno interpellato il rappresentante, che ha diagnosticato la rottura di un pezzo ormai introvabile. Allora ce l’ hanno portata qui, quasi senza speranza. Per Sant’Isidoro! Sembrava davvero un’impresa impossibile! L’abbiamo smontata e scoperto che i guasti erano due. Una ruota dentata che aveva perso tre denti, e una barretta che era uscita dalla sua sede. Per la barretta non c’è stato  problema… quanto alla ruota dentata, niente da fare: il dentista era  scappato il giorno prima in Sudamerica con l’ infermiera… – disse  prima serio e poi, d’improvviso, ridendo di gusto alla sua stessa  battuta – Devi sapere che qui si scherza di tanto in tanto. Come si dice: un po’ per celia un po’ per non morir… già, dove eravamo rimasti? ah, sì,  la ruota sdentata. Pedro ha avuto l’idea di farne un calco, poi uno stampo e, con l’aiuto di suo padre fabbro, ne abbiamo ottenuta una nuova di zecca. Che ne pensi?
– Incrediiiiibile! – disse Sebastian, rimanendo a bocca aperta, mentre Ramirez, dopo aver smontato un lato del registratore, ne mostrava fiero il meccanismo funzionante.
– E così per il filo della sintonia di questa vecchia radio di legno.  Il braccio di questo grammofono a valigetta. E tanti altri interventi più o meno “arditi” . E, non ci crederai… – proseguì Ramirez – …molte cose si guastano più per negligenza, maldestro utilizzo, mancanza di manutenzione che altro. Pensare che a volte basterebbe così poco… un po’ di creanza, di garbo.
Vedendo che si stava facendo tardi, concluse: – Adesso s’è fatto tardi, credo sarà bene che tu vada a casa. Cosa ne diresti, a tempo perso, di venire a darci una mano, con comodo, quando vuoi… sento che ci potresti essere d’aiuto. Eh, Pedro, cosa ne pensi? sei d’accordo di avere un assistente?
Pedro, che fino ad allora se ne era stato in silenzio, alla parola assistente, senza alzare gli occhi da Santa Teresa, si girò accennando un sorriso molto amichevole.
– Più che d’accordo, Mastro Ramirez, mi sembra un ragazzo sveglio e…  soprattutto motivato. Come me.- Ridacchiò.
Il viso di Sebastian si illuminò. Non sperava tanto.
Allora, Sebastian, adesso corri a casa, parlane coi tuoi e dormici sopra alcune notti. Poi ne riparliamo con calma.

Non è esagerato dire che l’incontro di quel giorno cambiò la vita di Sebastian, o meglio fece rapidamente evolvere l’innata predisposizione che egli aveva per la cura degli oggetti, fornendogli l’opportunità e i mezzi per un apprendistato che valeva più di un corso di specializzazione postuniversitario. Cos’altro avrebbe potuto desiderare di più? Benedetta quell’estemporanea sosta! Strabenedetta! Un vero segno del destino.  Dal giorno dopo Sebastian, tre volte la settimana, invece di andare a giocare, nel pomeriggio, iniziò a frequentare la bottega di Mastro Ramirez.  Per imparare l’arte della manutenzione, della riparazione, e del restauro degli oggetti.  Tanto che spesso gli amici lo prendevano bonariamente in giro.
– Vai… vai… vai a bottega. Corri dall’aggiustatutto, vedrai che ti  rimette a posto lui! Una passatina di colla, e ti fisserà le orecchie alla testa, così correrai più veloce… ah,ah,ah… al lavoro! adelante! march!

Per anni non mancò mai una volta. Grandinasse, nevicasse, o cascasse il mondo. Per lui non era un lavoro: era un piacevole impegno: una sorta di appassionante doposcuola.  Un modo per imparare divertendosi. E oltretutto guadagnava anche qualche soldo. Il che non guastava. In più, alla fine di ogni mese, Mastro Ramirez gli confezionava un pacchetto con un po’ di barattoli e boccettini: – Ecco qua, per il nostro piccolo manutentore! – come gli piaceva sottolineare con enfasi ogni volta, sorridendo compiaciuto per la sua allusione al Piccolo Chimico, gioco che furoreggiava in quegli anni, insieme al Meccano.  Questo durò per tutte le elementari, le medie, e parte delle superiori. Se Mastro Ramirez non fosse morto, forse sarebbe continuato fino alla fine degli studi e poi chissà! L’attività fu proseguita da Pedro, che ricevette il negozio in eredità, alla sola condizione che se Sebastian, da grande, avesse deciso di fare l’artigiano, avrebbe dovuto prenderlo come socio. Ma Sebastian, per quanto amasse quel lavoro, sentiva di essere destinato ad altro.

Il gruzzoletto che si era fatto durante quegli anni gli consentì, alla fine del liceo, di iscriversi all’università: facoltà di Ingegneria. Si laureò senza strafare. Studiava per passione.  Per conoscere, per capire, non tanto per il voto. Fu in quegli anni che, notte dopo notte, tra il restauro di una sedia, la pulizia di una pendola, un’oliatina ad una serratura, l’eliminazione della goccia da un rubinetto, mise a punto il progetto che lo avrebbe reso ricco, famoso, ma soprattutto  realizzato e contento.  Contento di aver fatto qualcosa in sintonia col suo modo di essere e di pensare. Qualcosa che serviva a lui, ai suoi cari, e alla comunità. A chiunque si trovasse sulla stessa lunghezza d’onda. Che condividesse la stessa filosofia di vita. Perché il suo rispetto per gli oggetti, il desiderio di mantenerli efficienti, non aveva nulla di morboso, di feticistico, era una sorta di empatia, una relazione con le cose, molto simile a quella che aveva con le persone. Non così intensa ma dello stesso segno. In un mondo dove ormai il consumismo portava alla rapida sostituzione e all’abbandono, spesso prematuro, degli oggetti, Sebastian sentiva che bisognava porre un freno, rallentare questa tendenza o, magari – utopia delle utopie – suggerire un altro  modello di sviluppo. Bisognava educare le nuove generazioni, insegnare loro che non tutto poteva essere ridotto a “usa e getta”. Altrimenti il rischio era che, presto o tardi, la stessa cosa sarebbe potuta accadere nelle relazioni umane. Coi sentimenti. Gli affetti.

E così, nonostante fosse diventato ormai un uomo importante, eccolo dove lo abbiamo lasciato all’inizio del racconto: in un capannone dietro casa, intento a restaurare la vecchia finestra. Una passione, quella della manutenzione, che non lo aveva mai abbandonato. Anzi che aveva coltivato, più che come hobby, come  una sorta di dovere. Un segno di civiltà, di responsabilità. Faceva parte del suo essere parte di questa terra. Membro della comunità umana. Quando gli impegni glielo permettevano si chiudeva lì, fra torni, frese, trapani, cavalletti, colle, vernici, e mille strumenti di precisione, e passava un po’ di tempo a prendersi cura di un serramento o un attrezzo da giardino; del piede di un tavolo o di un interruttore; di una guarnizione consumata o della lucidatura  di un mobile; del tacco di una scarpa o della lubrificazione del vecchio orologio da taschino ereditato dal padre…  Anche i figli, ormai grandi, condividevano i suoi principi: ogni oggetto ha la sua vita, che va preservata  il più a lungo possibile.   Almeno per tutto il tempo per cui è stato concepito.  Per il resto si dedicava a sua moglie, ai figli, ai nipoti, e all’azienda che aveva messo in piedi con grande successo: la Sebastian. E da cui usciva un solo prodotto. Unico al mondo.  In cui aveva concentrato gran parte dei suoi sogni, del suo essere. Della sua visione della vita.

Si trattava di una sfera di legno massiccio, con la superficie durissima e variamente corrugata. Di colore molto scuro. Una mano, per quanto grande, non riusciva a afferrarla tutta. Era racchiusa in una solida scatola e affondata in un piano di legno  più chiaro,   da cui emergeva per metà. Come una sorta di mappamondo che mostra solo un emisfero.  Bastava appoggiare il palmo della mano sulla  superficie  della sfera, muoverla  a seconda del proprio stato d’animo, che  trasferiva  vibrazioni più o meno intense. Dipendeva dal momento. Dalle condizioni di spirito e di salute dell’individuo. Non faceva miracoli. Per quanto qualcuno lo credesse. Si basava su di un principio di interazione. Bioscambio di energie. E aveva solo la funzione di armonizzare il soggetto con il mondo. Metterlo in contatto con energie positive.  La “scatola” non si poteva smontare. Ogni tentativo di romperla per carpirne il segreto aveva avuto il solo effetto di ridurla in tanti di quei pezzi che nessuno era mai più riuscito a ricomporre il tutto.  Anche i più abili e ostinati appassionati di puzzle ci avevano rinunciato. Si trattava di un meccanismo di legno, dove ogni pezzo era fatto a mano e assemblato con cura certosina, e il cui funzionamento continuava, dopo anni, ad essere un mistero per tutti. Quanto al prezzo, basti sapere che non era a buon mercato. Anche se la Sebastian, ditta individuale che impiegava alcune migliaia di dipendenti – tra impiegati, commerciali e operai specializzati  –  regalava la “scatola” ad ogni persona che ne facesse richiesta senza potersene permettere l’acquisto. C’era un intero reparto dedicato che aveva il compito di accertare l’effettivo stato di indigenza e provvedeva alla spedizione. In qualsiasi angolo del pianeta. La “scatola” era personale. Ogni coperchio aveva fregi,  intarsi e inserti colorati, diversi uno dall’altro, opera dei migliori ebanisti. Così da farne un raffinato pezzo unico. Una volta che l’acquirente appoggiava la mano sopra la sfera, il meccanismo si metteva in moto e si tarava sulla persona.  Se non mantenuto a dovere, il tutto diveniva inservibile in poco tempo. Fino al momento in cui collassava. Come un albero senza radici. Senza più linfa né anima. Il cartiglio interno, scritto a mano da Sebastian in persona, diceva:

 Questo oggetto, se ne avrete cura, vi accompagnerà per tutta la vita. Vi manterrà in sintonia con il mondo, dandovi sollievo, equilibrio e buona energia.  Basterà versare periodicamente due gocce dello speciale liquido in dotazione dentro il piccolo foro che si trova sulla destra della superficie piana. Nient’altro. La mancata manutenzione porterà, alla lunga, al blocco totale del meccanismo, che non potrà più essere ripristinato. Che possiate vivere in armonia.

Sebastian.

Questa sorta di scatola magica, che veniva venduta senza pubblicità, ma solo  grazie al passaparola e alla cassa di risonanza dei media, aveva un nome che Sebastian stesso aveva partorito durante una lunga notte di veglia. Solo a pronunciarlo disponeva l’animo alla positività. Era come una boccata d’aria fresca. Si chiamava: El Respiro de la Tierra. Ma quasi tutti, in omaggio al suo inventore e costruttore, la chiamavano ormai confidenzialmente: El Sebastian.

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