Non c’è benessere senza spine.

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Questa è la sequenza più famosa del film Una vita difficile.  Bene, adesso cerchiamo di immaginare la stessa scenetta ai giorni nostri.

Due trentenni, appartenenti a quella che potremmo chiamare oggi  wellfare class, sono invitati per motivi scaramantici alla tavola di una di quelle famiglie di sopravvissuti, che una volta venivano definiti “veri signori” per distinguerli dagli arricchiti.  A un certo punto la voce dello speaker della tivù annuncia:

Vi comunichiamo i risultati del referendum repubblica  fascismo. Repubblica …ventimilioni…   Fascismo …ventitremilioni…   Da oggi, l’Italia è fascista!

Mentre i padroni di casa  a malapena nascondono la loro delusione e tristezza, i due giovani ospiti si guardano compiaciuti e si danno il cinque: e…vaiii!

 

Cosa può aver cambiato così radicalmente  Silvio e Elena, tanto da farli diventare fan del totalitarismo? I Silvio e Elena dell’immediato dopoguerra erano figli dello spirito del tempo. Uno spirito curioso,  idealista,  entusiasta, democratico e progressista, anche se attraversato da profondi dubbi e incertezze. Pertanto non potevano che parteggiare per la repubblica. Ma da quegli anni ad oggi molta acqua è passata sotto i ponti e il continuo, progressivo benessere ha reso  i Silvio e Elena dei nostri giorni simili nell’aspetto, ma completamente diversi dentro.   L’ambiente ha avuto di gran lunga la meglio sulla trasmissione dei caratteri ereditari  etico-culturali da una generazione all’altra. A tal punto che oggi si  parla di mutazione antropologica, probabilmente irreversibile.  Silvio e Elena non sanno più cosa voglia dire lottare per i propri diritti, lo considerano un fatto acquisito, ovvio. Naturale. Né sanno cosa voglia dire solidarietà. Non hanno ideali. Né curiosità. Né memoria storica dei perché. Soprattutto non sono spinti dallo stato di necessità.  Desiderano solo conservare il loro train de vie. I loro privilegi. Se un sistema totalitario promette di garantir loro,  meglio della democrazia, la stabilità dello stile di vita che amano,  allora: benvenuto fascismo!

Morale della favola: il benessere prolungato, se non va di pari passo con uno sviluppo armonico dell’individuo ( che dovrebbe approfittare delle infinite opportunità  che gli vengono offerte di una crescita che non sia solo materiale) col tempo finisce per provocare una frattura  nelle credenze, nei valori morali, nei modi di vivere e  di rapportarsi con gli altri. D’altronde, se noi figli del dopoguerra non siamo stati capaci di proteggere e conservare  la maggior parte di ciò che c’era di positivo a questo mondo, non possiamo mica pretendere che le generazioni che verranno continuino a vederlo con gli stessi occhi.  Lo stesso cervello. E, soprattutto, lo stesso cuore. Ma poi chi ha detto che questo sia un male? Forse la nostra è solo una nostalgia novecentesca. Magari è arrivato il tempo  di mollare il colpo.

 

 

 

 

 

 

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PER FARE STRADA BISOGNA IMPARARE A TENERE A FRENO LA LINGUA. (dalla Lettera di Matteo a se stesso, paragrafo 1)

 

Passare dalle conserve al Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti non è salto da poco. Per questo è consigliabile procedere con prudenza: spesso inesperienza ed esuberanza  giocano tiri birboni.

Se l’ex Ministro dell’Interno e Vice Primo Ministro era affetto da sindrome del bauscia, la Paola – nonostante i nove anni passati all’Università Cattolica del Sacro Cuore (di Maria), o forse proprio per questo – sembra soffrire di quella della portinaia.

San Giuseppe, veglia tu su di lei e guidala dall’alto della tua infinita prudenza e temperanza: se è incontinente, e  non riesce a tenere a bada la lingua, che si sforzi: impari a contare fino a cento e poi se la morda. 

Ah, parità, quanti delitti si commettono in tuo nome.

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La caduta degli zebedei.

 

 

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Genere: trap story

Regia: M.R.

Trama: Le cancellerie di mezzo mondo, più gruppi di grullini e pidioti italiani, sono d’accordo: gli zebedei, un gruppo truzsovranist temibile come la peste bubbonica, vanno tolti di mezzo! All’improvviso, colpo di scena: con gran sorpresa di tutti, il capo zebedio e suoi zebedei cadono per un fatto del tutto inaspettato: un trabocchetto architettato da un furbo di due cotte, con l’appoggio esterno di un mattacchione di Genova. I due, generosamente aiutati dalla smisurata presunzione di un ganassa come il capo zebedio – tanto ganassa da rivelarsi ciula – riescono in tal modo a bruciare tutti sul tempo. Inutile esercitarsi in pippe dietrologiche, tirando in ballo la Spectre. Sibillina la frase con cui si chiude il film: domani è un altro giorno.

Commento: Sarebbe anche divertente se non ci fosse da piangere!

Musica: M. Jarre

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Spero tanto che non se ne faccia niente.

 

Solo una catastrofe può scuotere un paese di cretini. 2012-film-007.jpg

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Maria chi?

 

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La vita è disseminata di piccoli e grandi misteri .

 

 

In dialetto parmigiano puttana si dice sana, con la esse dolce. Fino a poco tempo fa non ne conoscevo l’origine. Direte: beh, ne soffrivi molto? Per niente! Però, dato che sono un tipo curioso e perseverante, non ho mai smesso di chiedermi da dove venisse la parola. Non dall’italiano, pare. E nemmeno dal francese, che pure ha avuto tanta influenza sul parmigiano e altre parlate.
Qualche tempo fa, leggendo un articolo comparso su un settimanale di Ferrara, ho scoperto una cosa interessante che potrebbe aiutare a sciogliere il mistero.
Dice l’autore – Gianmarco Marzola –  che a Ferrara fino alla metà degli anni cinquanta, fra  negozianti e commessi del centro storico, specie quelli di abiti e tessuti, fra cui molti ebrei ( ricordo che la città  fin dal sedicesimo secolo ha ospitato una consistente comunità ebraica), si era formata e diffusa una lingua in codice, che veniva utilizzata per comunicare  all’interno di quella ristretta cerchia di lavoratori. Il gergo si era  formato con apporti dal ferrarese e dall’ebraico, dando vita a parole e intrecci difficilmente comprensibili dai non addetti ai lavori.
Fra le tante parole c’era zanah, usata per definire con primitivo disprezzo maschilista una ragazza di facili costumi. Così, quando una ragazza generosamente dotata e   disinvolta entrava in un negozio i commessi si guardavano l’un l’altro, e biascicavano fra i denti  con sorrisetti d’intesa: “zanah” ! convinti che lei pensasse ad un complimento. Illusi, le ragazze di  Ferrara sono sempre state di gran lunga più sveglie dei maschi  di tutta la penisola. Comunque, dice Marzola,  il termine derivava dall’ebraico zonah, che vuole dire per l’appunto puttana.
Così il mistero dovrebbe essere risolto e la mia curiosità finalmente appagata. Anche se resta ancora da spiegare come mai la parola sia entrata (senz’altro prima del formasi di quel gergo ) nel dialetto parmigiano senza lasciar tracce in quello ferrarese. Qualcuno dirà: certo che  ti accontenti di poco! Misera soddisfazione di fronte ai grandi misteri della vita. Come darvi torto!

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Allora, veniamo adesso a un grande mistero. Da qualche tempo, quando vedo il faccione inespressivamente bovino di Salvini, con quell’occhio sempre più bollito ( forse per la canìcola estiva), mi assale un dubbio esistenziale….tanto che non posso fare a meno di pormi una domanda: siamo  assolutamente certi di discendere tutti quanti da quel simpatico e perspicace animale che si chiama scimmia?  Non è,  per caso, che qualche furbastro, vedendo la fila, ha preso la scorciatoia e saltato a piè pari qualche anello della catena evolutiva… dal rettile in poi? Riflettete per un attimo:  Silvio ha (aveva) l’espressione da caimano… Renzi da anaconda… Salvini da tirannosauro. Come si dice: uno passi ( può essere uno scherzo della natura);  due casi rappresentano una coincidenza; ma tre – come gli indizi –  non dovrebbero costituire una prova?  A questo punto, Darwin o non Darwin, devo approfondire. Chissà, potrei aver scoperto una teoria evolutiva parallela. Credo che ne parlerò con quel mio amico antropologo.

 

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Italia. Una terra bagnata da tre mari, governata da un bagnino.

 

 

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Italianiiii!

 Finalmente avrete quello che  sognate da ottant’anni.

Cuntent !?

 

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2 commenti

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