Il mezzo è il messaggio.

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Mi manca un venerdì.

 

Oggi chi trova uno sconnesso trova un tesoro. Ogni tanto mi sembra di vederne uno tra la folla. Sereno. Silenzioso. Non sembra come gli altri.
Ma poi lo seguo e prima o poi si tradisce sfoderando l’infernale macchinetta.
E allora continuo la ricerca. Sono certo che un giorno o l’altro lo troverò.
Perché uno sconnesso si stacca dal resto.
E’ uno un po’ fuori. Indipendente. Segue una sua strada.
Procede  a zig-zag. Con la testa tra le nuvole.
E’ uno che non si fa corrompere. Uno che riesce a resistere alle lusinghe di questo mondo smart. Uno integro. Sano, più che altro. Dotato di un suo solido  punto di vista. Uno che riesce ancora a sentire. A vedere. Uno. Qualcuno. Non centomila.
Uno col quale potrei fare quattro chiacchiere e ritrovare un pezzo di me stesso. Del mio passato.
Uno che magari dice, come quel tale nel suo libro: grazie per essere arrivato tardi!
Una sorta di Venerdì che ha ancora tutti i venerdì.

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Segni premonitori di pervasiva violenza sociale.

 

Oggi farebbe sorridere tutti i killer seriali. E pure molti umanoidi che seminano morte per i più futili motivi. O terroristi “fai da te” come il giovane artefice della strage di Utoya, in Norvegia. Dal punto di vista emozionale, Arancia Meccanica non mette più paura a nessuno. Ci vuol altro per far tremare le vene e i polsi a uomini e donne  del ventunesimo secolo. Assuefatti ormai ad ogni tipo di violenza. Uomini e donne dalla coscienza, se non atrofizzata, abbondantemente mitridatizzata.
Arancia Meccanica è un film che si potrebbe tranquillamente mostrare ai bambini dell’asilo, che sono certo lo scambierebbero per una comica di Ridolini, abituati come sono ai più truculenti ammazzamenti dei videogiochi, che si confondono sempre più con la realtà della cronaca quotidiana.
Agli inizi degli anni settanta, Arancia Meccanica irruppe sulla scena e dentro il nostro immaginario con tutta la violenza di una inaspettata realtà e la forza di un inquietante presagio.
Rappresentava, per noi che ci eravamo lasciati alle spalle gli anni sessanta con tutto il loro illusorio bagaglio di pacifismo, solidarietà ed egualitarismo, la messa in scena del drammatico cambiamento di un’ intera società. Una svolta che oggi si direbbe “epocale”. D’altronde mica si poteva pretendere che, dopo le carneficine della prima e seconda guerra mondiale, pace e benessere fossero gratis e per sempre.
Tanto che un bel giorno decisi di condividere inquietudine e fastidio di fronte a questa abbuffata di brutali  sequenze spedendo al cinema i miei genitori con queste parole: così vi renderete conto di come stia cambiando il mondo! Quale futuro ci stia aspettando.
Beata ingenuità! Non sospettavo neanche lontanamente che per i miei vecchi tanta aggressività e crudeltà non rappresentavano certo una novità. Anche se la guerra che avevano vissuto e subìto era una motivazione e giustificazione assai più comprensibile come generatrice di violenza, rispetto alla noia ed al sordo malessere dell’infingardo tempo di pace. Di lì a poco, noi baby boomer lo avremmo purtroppo scoperto a nostre spese. Per dirla in musica: molto adagio all’inizio, poi andantino, quindi allegretto, e infine allegrissimo. Fino al precipitando odierno. Altro che Rossini e Beethoven di Arancia Meccanica.
Per accompagnare la cruda e pervasiva violenza dell’epoca che stiamo vivendo, niente grande musica a commento – spesso ironico – alle immagini, ma solo il cupo “memento mori” dei più lugubri cori medievali.

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Ma allora è proprio vero: è la vita che imita l’arte!

 

Trump come Lindbergh del Complotto contro l’America di Philip Roth? Esagerazione? Improponibile paragone? Stephen Bannon antisemita? Non scherziamo! Si sarebbero affrettati a dire quelli del ciuffo magico di Donny, in coro. E soprattutto David Horowitz. Ebreo ex marxista. Ex trotzkista. Ex black panther.  Forse anche ex ebreo. O ebreo come il rabbino Bengelsdorf del Complotto contro l’America. Oggi presidente – non il rabbino, ma Horowitz – del Freedom Center, think tank molto conservatore, che negherebbe ogni addebito a Bannon. E lo respingerebbe, insieme a quel grande democratico-nazifascista, amico di Israele, di  Luttwak, con la solita ammuffita e retorica forma, al mittente!

 Eccheccazzo! state ancora lì a guardare la coerenza! Povero Horowitz, uno non può cambiare idea? Ma qui non si stava parlando di Bannon? Cosa c’entra Horowitz? Per quello che è dato sapere, Bannon avrebbe solo manifestato in passato una larvata simpatia per il Ku Klux Klan! Come tutti quelli del ciuffo magico, del resto. Ma poi cosa c’entra? Oggi Bannon non è uscito dall’entourage di Donny?
E poi, gli antisemiti americani di destra sono filoisraeliani? Sono stati per caso sdoganati? Non sono più considerati antisemiti?
Tempo fa Moni Ovandia avrebbe detto che Donald Trump “ riesce ad essere nello stesso tempo antisemita e amico di Israele” ( Barbacetto, Prima Pagina- Radio3,  2017). Beh, meno male. L’esatto contrario di Netanyahu. Questo dovrebbe tranquillizzarci non poco. Soprattutto rendere leggermente meno ansiosi i palestinesi.
Comunque bisogna vigilare, essere cauti. Le post-verità, anche se sembrano passate di moda, sono sempre in agguato. In ogni caso, resta un fatto incontrovertibile: spesso  gli scrittori, quelli davvero bravi, c’azzeccano con notevole anticipo. Almeno loro. 

A proposito di scrittori, mi viene un dubbio: in questa società di analfabeti connessi, chiccazzo legge più libri? E comunque, se anche fosse, quanticazzo di questi analfabeti connessi li capiscono?

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Oggi spopola il remake.

 

La Maschera di Cerone, remake tragicomico di La Maschera di Cera, pellicola horror del 1953, in 3D.

Avevo sette anni. Confesserò: allora per poco non me la faccio addosso. Adesso, invece, me la sono fatta addosso. Ma dal ridere. Come si cambia! In genere di fronte alla vecchiaia disprezzo e rabbia dovrebbero stemperarsi. Perfino svanire. Cedere il passo al perdono, alla pietà.  Alla commiserazione. Io, invece, non riesco a dimenticare, ma rido vedendo come sono destinati ai vermi – miserabilmente e inesorabilmente – arroganza, perfidia e potere. Comunque si tratta di un individuo di cui non sentirò la mancanza. Non verserò nemmeno una lacrima di caimano. Purtroppo la gente non ha memoria. Dimentica con troppa facilità. Ma cosa ci volete fare, vuol dire che vive meglio così. Senza pensieri. Tranne poi, di ogni cagata celebrare in pompa magna il giorno. Quando basterebbe un nodo alle sinapsi.
In ogni caso, questo è il coccodrillo che dedico all’ex in anticipo, per tutto il danno che ha arrecato a questo paese. Ai giovani.  E alle persone decenti. Che vanno cercate col lanternino, ma per fortuna  qualcuna in giro si trova ancora.

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Dico, ma penso l’esatto contrario.

 

 

Mento sapendo di mentire. Smentisco, ma dentro di me non smentisco.  Sparo una panzana sapendo che dopo dichiarerò di essere stato frainteso. Tanto sarà la panzana ad avere la meglio sulla rettifica.

Il fatto che anni fa, a poche ore dalla vittoria elettorale, Benjamin Netanyahu abbia detto che lui avrebbe continuato a lavorare per avere due stati…mi porta a riflettere, una volta di più, sulla fragilità delle persone e le relazioni che queste hanno fra di loro. Soprattutto mi fa capire capire perché l’aforisma  “Dio ha dato agli uomini la parola perché possano nascondere il loro pensiero” abbia sempre esercitato su di me un così grande ( perverso?) fascino. Quasi da diventare ossessione. Al punto da desiderare di chiamare uno scalpellino per farlo incidere nella pietra, e sistemarlo in bella mostra  sopra l’ingresso di casa. Cosa volete farci: una mania come un’altra! Voi siete perfetti?
Tornando a Bibi: dobbiamo ancora credere alle sue dichiarazioni del 2015? Anche dopo i 60 morti e gli oltre tremila feriti di Gaza. O dobbiamo considerare le sue promesse come quelle del Calvo di Arcore? Le sue smentite sono davvero ciò che pensa? O sono bugie da paraculo. E quindi: la prima dichiarazione, che adesso dovremmo pensare sia stata una bugia, era in effetti la verità? Nonostante i 60 morti e gli oltre 3000 feriti di Gaza.
Comunque, cari amici di rete, nonostante queste mie bislacche esternazioni senili che lasciano il tempo che trovano, se vi dico che la vita è bella (specie per chi ha il culo di viverla!), credetemi sulla parola. E state sereni.

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No, non è la nostalgia.

 

Non si tratta di nostalgia. Non solo, almeno. E’ piuttosto un richiamo ai “favolosi sessanta” e dintorni. In particolare modo alla satira di costume di quegli anni: la commedia all’italiana. Genere che non esiste più. E se di tanto in tanto sembra dare qualche segno di resurrezione si tratta di pura illusione. Come la luce tremula di stelle che si sono spente da una vita. Non tanto perché mancano registi come Germi, Monicelli, De sica, Comencini, Loy, Steno (potrei citarne almeno altri dieci); o sceneggiatori come: Flaiano, Guerra, Age, Scarpelli, Scola, Suso Cecchi d’Amico (potrei elencane altrettanti ). Anche per questo. Ma soprattutto perché manca ormai la materia prima, la miniera in cui scavare: la provincia italiana. In effetti, per esserci c’è, ma invece di fornire ispirazione come allora, di suggerire il buffo e l’amaro della vita, i vizi e le virtù della nascente borghesia, oggi non ispira più nulla, o se lo fa, si tratta sempre più spesso di volgarità, miseria morale e culturale, apatia, omologazione, e talvolta tragedia. Se a tutto questo aggiungiamo il fatto che la sensibilità, la capacità di osservare, l’abilità di scavare, la voglia d’imparare non sono più quelle di una volta, e che della sana, tradizionale pazzia italica non sono rimaste che timide tracce, non dobbiamo stupirci.

Mi sembra già di sentire un piccato coro di proteste: tu sei fuori come un balcone, ma che dici, vecchio nostalgico che non sei altro! Che gridino pure, tanto, giratela come volete, ma così è. E così resta. Nessuno può farci nulla. Certo i motivi ci sono e molte sono le attenuanti: è cambiata la società: da opulenta è diventata crapulenta (il troppo benessere ottunde la mente), la piccola borghesia ha esaurito la sua corsa, oggi c’è lo sboom, sono cambiati i costumi, la globalizzazione avanza, la cultura dei Mc Donald è arrivata a Roccacannuccia, i beveroni di Starbuck hanno messo radici a Milano, e via di questo passo. Anche se spesso sono argomenti che spiegano, ma non giustificano la miseria e la povertà che c’è oggi nelle arti. Dove quasi tutto è ormai  rimasticazione del passato. E il cinema non fa eccezione.

Tempo fa un pischello mi ha detto con tono definitivo ( dovevate sentirlo, pareva Chateubriand quando ha cercato di porre fine alla disputa tra antichi e moderni col suo  secco: solo differenze!):

– ogni stagione ha i suoi frutti! – ha sentenziato il saputello, rischiando per lo sforzo un embolo al cervelluccio.

– fanculo! – ho sbottato io, che, come è noto, ce la devono proprio mettere tutta per farmi sclerare.

– vade retro, piscialetto! è un po’ come se tu dicessi che non ci sono più le mezze stagioni! Ma tu le comparazioni le sai fare? – E prima che potesse riaprir bocca, gli ho confezionato su due piedi una tirata al vago sapor di muriatica supercàzzola.

– Hai mai sentito parlare di confronti apical-diacronici? – finalmente sono riuscito a infilarlo da qualche parte sto aggettivo!

– diacro…che? – ha biascicato il poverino, disorientato.

– confronti e paragoni fra scrittori di diverse epoche – ho risposto io col tono minaccioso, che non ammette repliche.

– In parole povere vorrebbe dire, fatte le debite tare, bare, e caciare; considerate le diverse “aires du temps”, i tic e tabù del momento storico, i gap generazionali,  le nuove correnti letterarie; che allora anche i fiori facevano figli e riempivano i cannoni, e che si stava meglio quando si stava peggio, vorrebbe significare – dicevo – stabilire la superiorità degli autori di ieri, rispetto a quelli di oggi. Se tu sapessi fare sti confronti – ma mica virtualmente come Primo Carnera contro Cassius Clay sulla tua Playstation – capiresti che non c’è corsa tra la maggior parte degli scrittori dei cinquanta e sessanta e quelli di oggi. La stessa cosa potresti farla con la pittura, la scultura, il teatro. Perfino con l’architettura “postmoderna”. E  naturalmente con il cinema. Con la commedia, se non proprio quella all’italiana – morta e defunta – quella brillante. Oggi, tranne qualche rara eccezione, di certo ben lontana dalla sua forma migliore. E magari arriveresti anche tu alla conclusione che non c’è confronto tra: Scola, Wertmuller, Risi,  Pasquale Festa Campanile e I vari Pieraccioni, Vanzina, Virzì, Garrone, o Muccino. O sceneggiatori come Salce, Sonego, Amidei e Bruni, Monteleone, o Contarello. Anche se in questo settore mi pare che lo scarto si faccia, fortunatamente, ogni giorno meno evidente. Per non parlare, poi, degli attori. Se penso a Monica Vitti e Marcello Mastroianni, per citarne solo due per tutti, chi può competere con loro, oggi?

Comunque, discussione inutile, lo so, devo mettermi il cuore in pace: la commedia all’italiana è morta e sepolta da un pezzo. E con lei se n’è andata una delle più belle stagioni della nostra vita. E sono certo che avrebbe potuto essere altrettanto bella, ricca e e stimolante anche per molti giovani d’oggi. Se, invece di seguire i profeti della rottamazione, avessero solo conservato il rispetto per quelle cose genuine e nostrane che avevano, hanno, e avranno sempre valore. E che ci hanno fatto apprezzare in tutto il mondo.  A maggior ragione, oggi,  in un mondo ogni giorno più piatto, dove tutto viene frullato, omogeneizzato, e omologato. E soprattutto se noi rottamati, invece di pensare esclusivamente a divertirci , a perseguire l’accumulo, e coprire i ragazzi di futili attenzioni, avessimo cercato di educarli alla fatica, a rispettare i maestri, a capire che nella vita non basta un fattore da schedina per avere successo, e a coltivare l’orgoglio invece della presunzione.

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