Alla Bastiglia, obesi culotti!

Date a Cesare quello che è di Maria, Giuseppe, Lucia, Giovanni, Alba, Guido, Laura, Antonio, Barbara, Filippo, Irene, Tommaso, Serena, Andrea, Cristina, Paolo, Carmen, Giulio, Adriana, Tommaso, Luisa, Mattia, Asia…

Lo avrete certo già sentito: pare che Cesare Geronzi se ne vada con una buonuscita di oltre sedici milioni. Di euro! Mecoj…, sbottano a Roma. Miiii…, sibilano a Palemmo. Ciumbia! …, esclamano adontati nella proba e moralista Padania, pensando a quanti carrocci biturbo potrebbero uscirci con una simile cifra.  Ma, tutto sommato, glieli danno senza fare tante storie. Alla faccia di quel merito di cui tutti si riempiono la bocca. D’altronde se Ruby prende migliaia di euro a botta,  l’ex igienista mentale oltre centocinquantamila euro all’anno,  Scilipoti si intasca qualche centomila  per un  salto della quaglia, Scajola permette che il  fantasma di un gladiatore gli paghi mezza casa, che minchia vanno cercando!

Io, da buon emiliano, refrattario ad  ogni tentazione giustizialista, mi limito a indignarmi e rimpiangere Monsieur de Guillotin e il suo frusciante marchingegno. Ormai abbandonato in qualche scantinato di Place de La Bastille,  a marcire tra muffe, ragnatele e pantegane.

Ma poi, se mi concentro, lentamente la carotide s’ ingrossa, il cuore comincia a pompare, il sangue schizza e monta a rotta di collo, rimbalza contro le pareti del cervello e sembra uscire dagli  occhi. Potrei diventare violento. Esplodere. Mi tengo a stento!

Per oltre trent’anni ho svolto un lavoro dipendente, sono stato dirigente ed entrato, di sfuggita, in qualche consiglio di amministrazione.  Ho lavorato mediamente dieci ore al giorno e almeno il settanta per cento dei giorni festivi, senza straordinari. Non mi lamentavo. Non ero strapagato ma ben pagato.  Di certo meno di un  politico, o di un funzionario dello stato, o un medio dirigente del parastato. E rischiavo il mio posto ogni giorno come un precario. Ma sempre meno di un minatore. Per questo non mi lamentavo. Ho conosciuto megamanager italiani, americani, francesi e tedeschi…  Vi assicuro: non esiste lavoro intellettuale dipendente al mondo che valga 50.000 euro al giorno. Ma soprattutto non c’è performance che li possa meritare. Su base costante, quotidiana, s’ intende. Non come exploit artistico. Che io possa essere impalato se mi sbaglio!

La buonuscita di Geronzi è peggio di sedici milioni delle peggiori bestemmie, è un vero e proprio insulto alla decenza, una vergogna sociale, un crimine contro l’umanità. Contro lo stesso sistema economico. Perché non commisurata alla prestazione. Non rispondente ad un principio di efficienza. Non legata ad un risultato. Non influenzata dalla legge della domanda e dell’offerta. Non legata alla responsabilità. Al potere contrattuale. Alla dimensione del rischio. Solo figlia di uno scoperto disegno di pericoloso espansionismo politico a spese della  Società. Del tanto evocato “Popolo”. Pensate, con tale cifra si potrebbe stabilizzare la posizione di qualche centinaio di  giovani precari delle Generali. Sarebbe di certo un investimento con maggiore ritorno.

Tutto questo non ha niente a che fare con il  liberismo o un corretto capitalismo. E’ una metastasi. Un delitto. Un ignobile, insolente, sfrontato abuso della Casta. La prova che Dio non esiste o se c’è è molto distratto. Oppure le sue sinapsi non funzionano più. D’altronde perché stupirsi: a questo mondo niente è eterno! Nemmeno il Padre (qualche dubbio rimane ancora per quanto riguarda il suo unto).

Finchè saremo disposti a tollerare cose simili, paragonabili solo agli scandalosi ingaggi  dei calciatori di serie A, dovuti -dicono- al giro dei diritti televisivi (scusa assolutamente demenziale), è inutile che ci ostiniamo a sperare in una società migliore. Più equa. Magari basata sul merito.

Visto che non possiamo aspettarci giustizia umana o divina, una insurrezione popolare a colpi di forconi e sanpietrini, un ravvedimento, e nemmeno un castigo dotojevskiano, alla fine dovremo  arrenderci e aspettare  che le popolazioni emergenti vengano a   reclamare la loro fetta di torta e pretendere una sacrosanta ridistribuzione della ricchezza.

Non ci resta che augurarci  che ciò avvenga senza eccessivo spargimento di sangue e prima che questo soporifero, ottundente benessere, dopo averci ben bene ingrassato il sedere, ci spappoli il cervello. O che a farci rinsavire provveda l’effetto catartico di un bel  conflitto mondiale. Anzi globale. Direi addirittura, e qui ci sta:  epocale!

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