La prossima volta, la libertà.

C’era una volta un Paese. Un Paese bello, nessuno poteva negarlo. Tanto bello che lo chiamavano Bel Paese. C’era il sole, c’era il mare, c’erano le montagne, le vallate, le pianure, i fiumi, e pure i laghi. Insomma, come avrete capito, aveva tutte le sue robine a posto. Anche se non sempre in ordine. Quisquilie! 

La gente che lo abitava era come quella che si trova in tutti i paesi. Più o meno. Magari un po’ meno che più. O un po’ più che meno. Secondo i punti di vista. Pinzillacchere!
Accanto al buono c’era il cattivo, all’onesto il disonesto, e così via. Tutto nella norma.
Però, c’era una cosa che distingueva questo Paese dagli altri. Ed era la quantità di furbi. Fischia, quanti erano! La maggior parte. E la maggior parte della maggior parte, chissà perché, finiva tutta nella pubblica amministrazione e in politica. O usava la politica per mantenere i suoi privilegi. O far prosperare, senza sbattersi troppo, i propri interessi. Al punto che aveva dato mandato alla politica di imporre ai cittadini i nomi sui quali dovevano mettere la ics.
E poi c’era un’altra cosa per cui questo Paese svettava sugli altri: aveva un vero e proprio debole per le privatizzazioni.
Non che negli altri Paesi non si privatizzasse, ma in questo, in particolare, quando il privato chiamava non c’erano cazzi, ci si tuffava a testa bassa. E senza guardare troppo per il sottile.
E così si erano privatizzati l’energia, le ferrovie, i telefoni, le autostrade, e perfino le pensioni. Si era tentato di privatizzare addirittura l’acqua, e nonostante un referendum popolare avesse detto un no grosso come una montagna, ogni tanto qualcuno, nottetempo, ci riprovava. Unica concessione di ogni nuova proposta riguardava l’acqua piovana: aprendo la bocca durante i temporali non si sarebbe pagato nulla.
Ma non è finita. Pensate, c’era una mezza idea di privatizzare, subito dopo, pure l’aria. Si aspettava solo che quest’idea da mezza diventasse intera e poi…
Beh, direte, e non si socializzava nulla? Come no! Le tranvate! Quelle sì che si mettevano in comune. E senza indugio. Furbi esclusi, naturalmente.
Negli ultimi tempi, prima che una grande depressione investisse il Paese, si era fatta sempre più insistente una voce: che qualcuno stesse pensando, in un futuro più anteriore che semplice, di procedere alla privatizzazione della libertà. In pratica uno sarebbe nato schiavo e poi strada facendo, e soprattutto pagando, avrebbe potuto acquistare porzioni di libertà. E siccome le pezzature erano molto piccole e molto care, pochi sarebbero riusciti ad arrivare ai limiti dell’esistenza completamente affrancati. Nel frattempo, per abituare progressivamente all’idea, si era cominciato a togliere di mezzo i modi di dire. Primo fra tutti: la libertà non ha prezzo! Affinché qualcuno non pensasse che fosse gratis!

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